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2 marzo 2024

IT SHALL NOT BE NAMED

Di Cankat Vatanandiran. Con Sylar Witte, Luke Meissner e Audrey Lilyquist. 2023 / USA / Apot Films - Giorgio Films

W-o-w! Non pensavamo più che il cinema moderno potesse regalarci perle di siffatta bellezza e invece il buon Cankat Vatanandiran sorprende e spiazza tutti con una capodopera di abbagliante meraviglia. Destinato a diventare un istant cult del genere, It Shall Not Be Named è un horror ricercato, coraggioso, originale e innovativo, ricco di idee rivoluzionarie che da qui in poi diventeranno necessariamente un punto di riferimento per chiunque avrà il coraggio di misurarsi ancora con la materia.

It Shall Not Be Named ridefinisce gli standard con una sua cifra stilistica che sfugge ad ogni paragone e lo fa con tracotante presunzione, ben conscio di essere un prodotto talmente fuori scala da non poter reggere il confronto con niente fatto in precedenza. 

Pensate già alla trama, la cui intrinseca originalità già spazza via quanto di stantio impera ancora nel mondo dell'horror. È difficile riassumerla in maniera efficace, ma spero perdoniate il fatto che le mie limitate capacità lessicali non siano bastevoli a estrinsecare la magnificenza di quest'opera.

Dunque, Kat, una ragazza disoccupata con un fidanzato stupido e belloccio, accoglie in casa una nuova coinquilina, Jessie. In poco tempo, Kat e il suo fidanzato Chris faranno una scoperta sconcertante: Jessie potrebbe essere una strega!

Prendetevi qualche momento per assorbire e interiorizzare questo concetto, che mi rendo conto non sia facile da processare. 

Ma, questo è solo l'assunto, perché lo svolgimento capovolge completamente ogni aspettativa. Kat, da quando Jessie è in casa, inizia ad avere delle visioni inspiegabili e dei terrificanti incubi! 

Ecco, comprendo che la cosa possa essere spiazzante e totalmente aliena alla filmografia horror (ma non solo) a cui siamo abituati, per tanto eviterò di dilungarmi ulteriormente, comunque consapevole di non avere neanche la capacità intellettiva per dipanare tutti gli strati accuratamente manufatti da Vatanandiran. 

Mi concentrerò per tanto sulla confezione tecnica che è quasi all'altezza della scrittura. Partiamo da una fotografia dai colori fluorescenti e fluttuanti, tanto da cambiare da una scena all'altra per esacerbare il senso di estraniamento dello spettatore. La regia volutamente statica, con una moltitudine di dialoghi ripresi a camera fissa atti a manifestare l'angoscia dei protagonisti imprigionati  in un piccolo appartamento da cui non possono (o non vogliono?) uscire e per estensione alla situazione stessa in cui si sono malgrado ritrovati.

E non dimentichiamo il sapiente uso dei jump scare. I registi di bassa lega li usano come mezzuccio facile e pigro per spaventare lo spettatore, Vatanandiran invece va oltre piazzandone uno ogni quarantacinque secondi e sono talmente ammalianti che il sentimento primigenio che scatenano non è la paura, ma la più sincera incredulità. Anche gli effetti speciali digitali rispettano o addirittura superano l'altissima qualità, tanto da rivaleggiare con un qualunque blockbuster contemporaneo.

Vatanandiran inoltre, per dare tempo di respirare allo spettatore travolto da cotanta virtù, ha costruito degli intermezzi musicali, la cui potenza emotiva è così forte che a qualcuno non potrà che scendere una lacrima.

E infine, un plauso ai tre protagonisti, tutti incredibilmente bravi. Skylar Witte ha avuto da Meryl Streep in persona l'incoronazione a sua designata erede; Luke Meissner è in trattativa con la Marvel per la prossima saga supereroistica e si dice che Ryan Gosling, alla notizia che Meissner fosse in lizza, abbia già rinunciato alla corsa sicuro di perdere. Audrey Lilyquist è stata già corteggiata da Christopher Nolan e l'Oscar come miglior attrice non protagonista sembra ormai scontato. 

Riguardo Vatanadiran, sia Warner che Universal se lo stanno già litigando a suon di milioni, intenzionati a lasciare carta bianca ad un autore destinato a fare la storia del cinema.


Recensito da: Vidur

Ps: sì, ero ironico. 

TRASH: 98/100

Noia: 77/100

Ridicolaggine degli effetti speciali: 92/100

Presunzione della regia: 88/100

Incapacità degli attori: 85/100

3 gennaio 2024

REBEL MOON - PARTE 1: FIGLIA DEL FUOCO (aka Rebel Moon - Part One: A Child of Fire)

Di Zack Snyder. Con Sofia Boutella, Charlie Hunnam, Djimon Hounsou, Ed Skrein, Michiel Huisman. USA / 2023 / Grand Electric

Interessante notare come la trasformazione di Netlfix da servizio di streaming a casa di produzione stia accelerando e già arrivando alla sua fase finale. In casa della N rossa, infatti, hanno saltato il passaggio in cui producono bei film e/o successi commerciali per arrivare subito a defecare letame fumante. La montagna di escrementi in questione è bella grossa, 90 milioni di dollari di budget, e dalla firma prestigiosa, Zack Snyder.

È difficile capire il motivo del credito e della fan base di cui può disporre questo regista il cui unico film degno di nota rimane 300, risalente al lontanissimo 2006. Forse, le ultime chip se le è giocate con questo Rebel Moon, ed è equivalso ad andare in All In con in mano un 3 di picche e un 6 di fiori quando sul tavolo c’era un tris di assi. Basterebbe sapere che la sceneggiatura di questo film è stata scartata dalla Disney per un film della saga di Star Wars, per capire a quale abominio ci troviamo di fronte.

“Ah sì? Non volete che questo film sia uno Star Wars?” – si sarà detto Snyder – “E allora rifarò Episodio IV, ma di merda!”. E così ha fatto. La trama infatti vede una giovane donna contadina che finisce per andare alla ricerca di guerrieri da altri pianeti per combattere gli eserciti tirannici che terrorizzano la sua pacifica colonia.

L’Impero qui si chiama Mondo Madre, Luke Skywalker è una diverse strong female charachter -una Mary Sue senza personalità e carisma-, Darth Vader è un incrocio fra un cosplay di Cristiano Ronaldo e Hans Landa di Bastardi Senza Gloria, la ribellione è…la ribellione.

Ma abbiamo anche lo Han Solo in versione Lidl, incontrato alla cantina di Mos Eisley in versione gay bar, che pilota un Millennium Falcon in versione Penny Market.

I cattivi ovviamente sono cattivissimi e indossano divise uscite da un incrocio fra la Gestapo e l’Armata Rossa in un pessimo film steam punk, anche se il generale (o comandante, boh, non mi ricordo che grado avesse) Atticus Noble sembra essere l’unico personaggio con un minimo di caratterizzazione ed interpretato con il giusto entusiasmo da Ed Skrein. Ci sarebbe anche una sorta di Imperatore che vive al Polo Nord e che è interpretato da un tizio che si chiama Fra Fee (veramente!), ma ha talmente poco screen time da essere totalmente irrilevante. Immagino che avrà più spazio nel secondo capitolo che uscirà ad aprile, ma credo che non lo scoprirò mai visto che col cazzo che me lo guardo. Cattivissimi fortissimi per altro che hanno le navi interstellari, ma che non sanno come rendere fertile un terreno. Mah.

La parte peggiore è forse quella centrale, in cui vanno a reclutare i vari “guerrieri” per combattere il Mondo Madre. Questi tizi sembrano usciti da un picchiaduro anni ’90, ma non quelli fighi come Mortal Kombat o Street Fighter, ma piuttosto uno di quei ripoff poveri tipo Dangerous Streets o Time Killers: una sorta di indiano dagli addominali scolpiti che cavalca un ippogriffo, una donna samurai asiatica, un ex generale ubriacone trovato sul pianeta Gladiatori (perché lui è Djimon Hounsou, che ha fatto Il Gladiatore, eh ve lo ricordate? Eh eh eh?), più un altro cosplay, ma questa volta del personaggio di Gary Dourdan in Alien 4.

Il bello è che questi personaggi ci vengono introdotti con tutta una prosopopea tonitruante per poi praticamente sparire nella terza parte, in cui ogni tanto rispuntano inquadrati per cinque secondi giusto per ricordarci che esistono.

Avrei anche potuto perdonare l’estrema derivazione della storia, se almeno tutto il resto fosse stato buono, ma la realtà è che forse è anche peggio. Interpretazioni annoiate, regia fastidiosa, fotografia buia e deprimente, scenografie artefatte, CGI mediocre, musiche inesistenti, flashback eterni che interrompono la narrazione, monologhi imbarazzanti alla Gli Occhi del Cuore (“Non so se sono capace di amare! Sigh! Sob!”), manca un vero e proprio sviluppo della trama, combattimenti noiosi resi ridicoli dal solito uso smodato di slow motion e soprattutto è una grandissima rottura di palle. Dura due ore che sembrano tre mesi e alla fine non te ne frega un cazzo della storia, dei personaggi e del seguito (oppure della versione estesa del regista che dura un’ora in più, che probabilmente verrà usata come strumento di tortura per i prossimi interrogatori della CIA).

Un prodotto tanto povero di fantasia e qualità, quanto ricco della proverbiale presunzione e seriosità di Snyder, che ha pure avuto totale carta bianca per produrre questa roba. Ed ecco la carta che fine avrebbe dovuto fare. 


Recensito da: Vidur


TRASH: 88/100

Noia: 87/100

Ridicolaggine degli effetti speciali: 62/100

Presunzione della regia: 98/100


5 aprile 2023

ANATAR

Di Alan Smithee, con Azzurra Rocchi, Raffaele De Vita, Ciro Villano, Walter Lippa, Davide Marotta, Paolo Perinelli. 
ITALIA / 2023 / Tyche Productions

Anatar (2023) on IMDb

Gli Anat, una popolazione di anatre antropomorfe, hanno dovuto abbandonare il proprio pianeta natale a seguito dell'esaurimento delle sue risorse naturali e sono dunque alla ricerca di una nuovo luogo che possano chiamare casa. A bordo della loro Corvetta Corelliana CR90 rubata direttamente dal franchise Star Wars, giungono in fine nei pressi del pianeta Pandoro (sic!) e, visto che è ricchissimo di mele (ri-sic!), decidono di conquistarlo. Il malvagio Darth Feathers (tri-sic!) vorrebbe sterminare la popolazione locale come farebbe qualsiasi normale civiltà avanzata che entra in contatto con una civiltà inferiore, ma la principessa Avia ha il cuore tenero e vuole scendere sul pianeta a prendere contatto con i locali, trasformandosi in una di loro utilizzando un.. Avatar? Anatar? Umanatar? Boh.
Vabé dai, tutto sommato lineare no? No, perché quello che non vi ho detto è che tutto ciò l'ho appreso mediante sottotitoli: i personaggi di questa vicenda infatti sono letteralmente anatre starnazzanti e l'unica cosa che uscirà dal loro becco posticcio sarà di conseguenza "Quack quack". Non solo, il tutto sarà infarcito da battute paper-simpatiche tipo "ti spenno" "sei proprio un pollo" "ti sei fatto l'uovo addosso" e altre infantili scenette a tema ornitologico.

"Per Anat! Ehm.. cioè, volevo dire.. Quack Quack"


Sul pianeta Pandoro ci sono una ventina di abitanti con fattezze umane, divisi in due popolazioni: gli Americheni e i Messicheni. I primi vorrebbero tra l'altro costruire un muro per impedire ai secondi di sconfinare; manco la satira politica in ritardo di 5 anni ci hanno risparmiato. Ma sto al solito divagando, dove eravamo rimasti? Ah si...

Il più furbo degli americheni si chiama Germano (Reale? voglio pensare di si.) e tutti lo odiano perchè invece di essere un tanghero come gli altri ha vedute un po' più ampie ed è fondamentalmente un cucciolone. Un vero e proprio vaso di coccio tra vasi di ferro. Come potrete immaginare Germano e la principessa Avia si incontreranno fortuitamente e subiremo i risvolti comico-romantici con i tipici qui-pro-quo dell'incontro tra due civiltà incompatibili nonché la successiva caccia alle streghe (in questo caso letterale) perpetuata dagli infidi Americheni nei confronti della principessa Avia. Del resto cosa pretendete, questo film è una parodia di Avatar che a sua volta è una parodia di Pocahontas.

Gli Americazzi e i Messicheni uniti per la libertà di Pandoro.


Onestamente c'è poco da salvare di questo film tutto italiano (e di tutti gli italiani, visto che è stato prodotto con i nostri soldi) che come dicevo poc'anzi vorrebbe essere una parodia in salsa trash del colossal di James Cameron. Si vede il tentativo di "nobilitare" per certi versi il titolo: il tipo di comicità utilizzata è un pochino più snob e patinata rispetto a quella di un rozzo e banale cinepanettone, e secondo me l'errore del film è stato proprio questo. Se l'avessero buttata in caciara completamente e fin da subito staremmo probabilmente parlando di un instant-cult della cinematografia trash italiana. Invece il regista si impegna a cercare raffinate citazioni che se vogliamo si rifanno un po' alla comicità Brooksiana. Regista che tra l'altro si nasconde dietro lo pseudonimo Alan Smithee, il nome utilizzato da chi disconosce la paternità di un film hollywoodiano. Tutto questo impegno è palpabile ma purtroppo il risultato finale non è soddisfacente: Anatar non fa ridere. Mai. Ed in alcune sue lunghe parti è pure noioso. Punto il dito in particolare contro una interminabile sequenza con canzone romantica in sottofondo che dovrebbe raccontarci la storia di Germano e Avia che scoprono i reciproci sentimenti. Cinque interminabili minuti di canzone che hanno messo davvero a dura prova la forza di volontà mia e dei miei sventurati compagni d'avventura.
Mi sento tuttavia di promuovere i costumi, orgogliosamente artigianali e ben realizzati, considerato anche i limitati mezzi a disposizione. Certamente sono buffi, ma del resto l'intento suppongo fosse esattamente quello. Mi hanno ricordato un sacco il disastroso Howard the Duck di Willard Huyck. Nonostante tutto quanto detto finora devo confessare che questo Anatar pare abbia riscontrato un insperato successo: è infatti disponibile su Prime Video, in Italia è passato al cinema e pare ci siano state richieste anche dall'estremo oriente. Bella per voi ragazzi. Come e perché per me rimane un mistero. Forse se avessero avuto la sfacciataggine di fare un "Chicken Park" avrebbero paradossalmente guadagnato punti.

A chi la Vittoria?


C'è una sequenza che mi ha fatto un po' sorridere, la riporto perché tra l'altro svela un retroscena succoso sulla realizzazione di questo film. Siamo all'epilogo quindi occhio, spoilerone violento.

[SPOILER]
La coalizione Americazzi-Messicheni fronteggia a muso duro le truppe volatili di Darth Feathers che sono nel frattempo sbarcate sul pianeta Pandoro con l'intento di fare un bel genocidio. Germano ed Avia si trovano in mezzo a cercare di far ragionare le due parti, con poco successo. C'è tensione tra le parti, ad un certo punto dallo schieramento umano parte un sasso (o una freccia, onestamente non ricordo) e il povero Germano viene preso in pieno e muore. "Fermi tutti" si sente urlare dalla regia. "Aspetta aspetta, questo è il vecchio script, niente rifamo tutto". Germano quindi si rialza dandosi una bella spolverata: è stato solo leggermente ferito.
[FINE SPOILER]

La scena è abbastanza riuscita ed arrivando nel momento di massima tensione del film funziona. A quanto pare il motivo per cui il regista Lorenzo Zanoni ha deciso di disconoscere il film e di diventare come molti prima di lui "Alan Smithee" è stato un alterco con la produzione, che si sarebbe impuntata per cambiare il finale del film. Beh, signori, devo proprio supporre che la scena incriminata fosse questa e che il regista si sia preso una discreta rivincita girando entrambe le versioni.

A mio avviso sufficiente la prova attoriale, per lo meno quella dei protagonisti. Diciamo così, come direbbe Stanis La Rochelle "Molto, molto, ma molto italiano". Non che ci aspettassimo qualcosa di diverso. Segnalo la presenza in un ruolo di un certo rilievo del caratterista napoletano Davide Marotta. Il nome non ti dice nulla? Se sei nato negli anni '80 dentro di te sai di chi sto parlando. Ciribiribì, Kodak!

Comunque secondo SkyTG24 (per bocca del produttore Salvatore Scarico) questo Anatar si propone di essere addirittura il capostipite di un nuovo genere, lo Spaghetti-Fi. Dio ce ne scampi.

Sei di Roma? Oneri e onori, ragazzo. Vivrai anche nella capitale, ma Anatar lo hai pagato tu. 


Recensito da: Imrahil

TRASH: 64/100
Noia: 82/100
Ridicolaggine degli effetti speciali: 70/100
Presunzione della regia: 81/100
Incompetenza degli attori: 63/100



SE TI PIACE GUARDA ANCHE: Chicken Park, La parte di Box Office 3D ambientata su Pandora.



17 marzo 2023

BOLLE DALL'ABISSO: SCREAM VI



Di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (Radio Silence). Con Courteney Cox, Melissa Barrera, Jenna Ortega, Dermot Mulroney. 2023 / USA / Paramount Pictures

Con lo Scream uscito l'anno scorso, i Radio Silence raccoglievano l'eredità di Wes Craven dando vita a un requel (definizione di Mindy) che fungesse da ponte col passato ma guardando al futuro. I temi erano gli stessi dei suoi quattro predecessori, aggiornati al gusto moderno, e la follia degli assassini era sempre, in qualche modo, legata all'horror e alle sue regole, in un continuo gioco metacinematografico di eventi "reali", film "fasulli" e la vaga, rassegnata consapevolezza dei personaggi di essere dei cliché da slasher, trattati come tali da un killer senza volto ma dalle grandi ambizioni. 

Con Scream VI i Radio Silence si staccano dal passato senza lasciarlo andare del tutto e cominciano a creare una propria mitologia, un proprio studio sui personaggi di Sam e Tara, le vere eredi di quella Sidney che (non è uno spoiler, lo si sapeva da un anno) è la grande assente di questo capitolo. I tempi sono cambiati, ed è cambiato non solo il modo di affrontare i traumi ma anche la sensibilità della società: se Sidney, nel secondo Scream, cercava attivamente di rifarsi una vita coccolata dagli amici rimasti e da un nuovo amore, "pulita" e credibile nel suo ruolo di vittima o sopravvissuta, Sam è costretta ad affrontare una gogna mediatica legata alle sue radici, cosa che le impedisce ulteriormente di fidarsi delle persone e che inficia il suo rapporto con Tara, la quale, dal canto suo, vorrebbe solamente tornare a vivere un'esistenza normale. 



Questo studio sulle due protagoniste, già cominciato in Scream, ce le rende familiari e simpatiche, e lo stesso vale per Mindy e Chad, il che consente allo spettatore di interessarsi alle loro vicende come fossero quelle dei vecchi personaggi titolari, tanto che il ritorno di un paio di volti noti viene vissuto come una piacevole aggiunta, non come LA cosa fondamentale, a dimostrazione che il franchise è ormai in grado di camminare sulle sue gambe.

Il "manifesto programmatico" del nuovo corso di Scream, se così si può chiamare, viene enunciato senza possibilità di errore nell'esatto momento in cui il nuovo Ghostface manda al diavolo i film horror, lasciando lo spettatore e Mindy (pur inconsapevolmente) con un palmo di naso, in quanto, potete ben capirlo, non ci sono più regole tranne quelle dettate da un assassino che non necessariamente agirà come pensiamo o come siamo abituati. Per questo, Scream IV è forse ancora più spassoso da seguire rispetto ai suoi predecessori, è più divertente perdersi nelle elucubrazioni di chi si possa nascondere dietro la maschera di Ghostface, confrontandosi con i compagni di visione sulle teorie più strampalate (se avete già visto il film, se volete, ne possiamo parlare nei commenti, vi farete delle grassissime risate), ma è anche più insidioso ed inquietante, proprio per la costante atmosfera di incertezza e diffidenza che stringe alla gola Sam, forse ancora più di Sidney. 



È anche, diciamolo tranquillamente, molto più sanguinoso ed efferato dei precedenti. I Radio Silence vengono da quei bagni di sangue che sono Southbound e Finché morte non ci separi e il loro stile dinamico e cattivissimo riverbera nella mano del nuovo Ghostface, il quale non disdegna modi assai creativi e dolorosi di nuocere al prossimo; ci sono poi due o tre sequenze esaltantissime che mostrano tutta l'abilità dei Radio Silence come registi, nella fattispecie una delle scene iniziali più interessanti e divertenti di tutta la saga, tre sequenze incredibilmente dinamiche girate all'interno di luoghi chiusi o ristretti, e uno showdown finale ambientato in quello che penso sia uno dei set più belli del mondo. Se ancora non vi basta, potete confidare anche in un paio di momenti di pura commozione, tra sentiti (e mai inutili) omaggi ai personaggi che abbiamo sempre amato e stralci di una colonna sonora ormai consacrata a mito, che già mi emozionava durante i rewatch post 1996, figuriamoci dopo il 2023 d.L..

Di più non posso dire senza fare spoiler, mi dispiace. Correte al cinema a vedere Scream VI e preparatevi, che il VII è già lì che vi sta sulle spalle a mo' di carogna e io non vedo l'ora!!

Recensito da: Bolla

14 marzo 2023

BOLLE DALL'ABISSO: L'ULTIMA NOTTE DI AMORE



Di Andrea Di Stefano. Con Pierfrancesco Favino, Linda Caridi, Antonio Gerardi, Francesco Di Leva. ITALIA / 2023 / Indiana Production        

A dispetto del titolo, L'Ultima Notte di Amore non è né un dramma sentimentale, né un raffinato porno soft, ma uno splendido thriller che conferma l'ottima salute del cinema italiano e la progressiva rinascita del cinema di genere nel nostro paese. L'Amore del titolo è il cognome del protagonista, un poliziotto ad un passo dalla pensione dopo trentacinque anni di onorato servizio, che si trova ad indagare sulla morte improvvisa e violenta del suo migliore amico e collega. 

Quasi impossibile aggiungere altro alla trama senza fare spoiler, pertanto accontentatevi di questo stringato incipit. Il regista Andrea Di Stefano si è fatto le ossa con due film dal respiro internazionale come Escobar e The Informer e infatti confeziona un gioiellino che ha poco da invidiare a tantissime produzioni americane analoghe. L'Ultima Notte di Amore è un thriller poliziesco che si muove a metà fra il mondo del crimine e della legge, seguendo quasi alla regola gli stilemi del genere, flirtando con alcuni inevitabili cliché, ma proponendo comunque una storia assolutamente avvincente.


Si seguono le vicissitudini di Franco Amore e dei coprotagonisti con sincero trasporto, con l'ansia e la voglia di sapere cosa accadrà e la cosa vale fino all'ultimo secondo della pellicola, capace di mantenere un elevato livello di tensione per quasi tutta la sua durata. Merito di una regia moderna e dinamica -ma mai troppo invadente- e di dialoghi crudi e realistici, che rifuggono l'effetto sceneggiato RAI o Distretto di Polizia. Efficace anche il tema portante di Santi Pulvirenti, ricco di classici echi anni '70 e '80.

Favino, come sempre, è eccezionale nell'interpretazione di un personaggio assolutamente umano, compresso nella zona grigia di quelli che sono onesti fino ad un certo punto (cit.). E per una volta anche il casting di supporto si rivela all'altezza della situazione: il ruolo di Cosimo sembra essere scritto apposta per Antonio Gerardi, così come è impossibile non empatizzare immediatamente con il Dino di Francesco Di Leva. A sorprendere però è Linda Caridi, davvero bravissima nel ruolo di Viviana, la giovane moglie calabrese del protagonista. Il suo personaggio è sfaccettato e davvero intrigante, capace com'è di unire dolcezza e amore a coraggio e determinazione. 


C'è poi un ulteriore personaggio, ovvero Milano. Tutto il film è ambientato nel capoluogo lombardo, le cui riprese aeree sono uno spettacolo nello spettacolo. La Milano rappresentata è una metropoli in cui il confine tra legalità e illegalità è labile e onnipresente e forse era l'unica città italiana in cui un film di questo genere poteva tenersi; per uno che ci è nato e cresciuto come il sottoscritto poi, è stata un vera goduria vederla sullo schermo, senza considerare che la scena clou è ambientata letteralmente a due passi dalla casa in cui ho vissuto per quasi vent'anni. 


Un paio di ingenuità e falle logiche nella scrittura e qualche villain un filino troppo stereotipato, sono gli unici difetti ascrivibili ad un film che definirei semplicemente bello, pienamente riuscito e che spero faccia da volano per altre produzioni di questo genere. 

Il cinema italiano è ancora vivo e lotta insieme a noi.

Recensito da: Vidur


7 febbraio 2023

BOLLE DALL'ABISSO: GLI SPIRITI DELL'ISOLA (The Banshees of Inisherin)





Di Martin McDonagh. Con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Kerry Condon, Barry Keonagh. Irlanda - Regno Unito - USA / 2023 / Serchlight Pictures

Assoluto outsider, nonché quasi un unicum nella cinematografia mainstream moderna, la nuova opera di Martin McDonagh è un film destinato a mietere premi (candidato a 9 Oscar!), strappare consensi dalla critica e a, quasi fisiologicamente, dividere i gusti del pubblico.

McDonagh aveva già fatto il botto con l’eccellente Tre manifesti a Ebbing, Missouri, dopo un paio di cult passati sottotraccia come In Bruges e 7 Psicopatici, e si conferma essere uno degli autori più coraggiosi e fuori dagli schemi di questi disgraziati decenni.

Gli Spiriti dell’Isola narra una storia apparentemente semplice, se vogliamo banale, di un’amicizia che si interrompe all’improvviso e senza una spiegazione. Il vecchio e introspettivo Colm, un violinista, decide infatti, da un giorno all’altro, di non parlare più al suo migliore amico, Padraic, un allevatore tanto puro di cuore quanto povero di ingegno. Le conseguenze del gesto di Colm saranno terribili e imprevedibili, accentuate dal fatto che il tutto si svolge in una piccola isola (di fantasia) al largo della costa irlandese, ai tempi della guerra civile.

Dramma con tante punte ironiche, basato quasi esclusivamente sui dialoghi, Gli Spiriti dell’Isola, si presenta come un film concettuale, in cui le dinamiche che coinvolgono lo stolido ma gentile Padraic e il profondo ma spocchioso Colm, fanno da specchio a molteplici interpretazioni. Si può passare da una metafora dei conflitti tra gli uomini che nascono per motivi futili per poi trasformarsi in guerre fratricide, ad una sorta di coming of age del protagonista  -costretto a crescere e a mettersi in discussione per la prima volta nella vita- o ad una contrapposizione di approccio all’esistenza stessa, fino ad arrivare ad una riflessione più terrena sul tema dell'amicizia. Quale che sia il significato che aveva in mente il regista, lo scopo di far nascere nello spettatore più di una riflessione è sicuramente riuscito, così com’è riuscito a rendere interessante una trama teoricamente esile, ma in realtà molto potente.


Certo, non si tratta di un film per tutti: alcuni lo troveranno incredibilmente noioso e senza senso e, d’altronde io stesso, al termine della visione ho provato una certa sensazione di frustrazione per la mancanza del cosiddetto “payoff”, forse retaggio di un cinema che vuole spesso e volentieri un finale netto e definito. 

Dove Gli Spiriti dell’Isola vince a mani basse è in tutto il resto: l’interpretazione dei due protagonisti, Colin Farrell e Brendan Gleeson (padre di Domnhall) è veramente di altissimo livello e se il buon Colin si aggiudicasse davvero l’Oscar non ci sarebbe nulla da dire. Fantastici anche i comprimari, in particolare la sorella di Padraic, Kerry Condon, e “lo scemo del villaggio”, Dominic, quel Barry Keoghan che aveva già lavorato con Colin Farrell ne Il Sacrificio del Cervo Sacro di Lanthimos.



A livello visivo, il film è un capolavoro senza se senza ma: la maestosa bellezza dei classici paesaggi irlandesi viene immortalata da una fotografia gelida e spietata che fa trasparire tutta la disperazione e la solitudine di una comunità rassegnata ad una vita insignificante, in cui i pettegolezzi risultano l'unica forma di svago. È altresì evidente la grande attenzione ai dettagli, come i vestiti degli abitanti dell'isola (a quanto pare i maglioni di tutti i protagonisti sono stati tessuti a mano dallo stesso sarto) e ad un certo gusto per le inquadrature ad effetto, sempre piazzate per esaltare il momento e non per puro esibizionismo. 


Un film d'autore ricercato e intelligente, splendidamente realizzato, magistralmente interpretato, ma anche di difficile lettura e assimilazione. Se vi piace il genere, buttatevi a capofitto, in caso contrario statene alla larga. 

Recensito da: Vidur



LEGENDA - per capire meglio le nostre recensioni e le nostre votazioni

Questo blog tratta esclusivamente film di infimo livello, per cui i nostri criteri di giudizio sono totalmente differenti da quelli che potreste trovare in un qualsiasi sito di recensioni cinematografiche; nello specifico noi qui a Pellicole dall'Abisso teniamo conto di 5 fattori ed abbiamo deciso di esprimere il voto in centesimi per consentire maggiori sfumature;

1) VOTO TRASH: è il più importante ed è un voto generale; se volete semplicemente sapere quanto sia ''patetico'' o involontariamente comico un film fate riferimento a questo dato.

2) VOTO NOIA: abbiamo scoperto nella nostra esperienza che la noia è un elemento ricorrente (ed estremamente fastidioso) di questo genere di film. Più è alto il valore più bisogna avere le palle di ferro per poterlo sostenere

3) RIDICOLAGGINE DEGLI EFFETTI SPECIALI: non credo servano particolari spiegazioni.

4) PRESUNZIONE DELLA REGIA: In molti casi i registi sono ben consci di star girando una puttanata clamorosa, e quinidi tendono a prendersi in giro da soli.. ma ci sono altri registi che invece sono fermamente convinti che il loro film sia una specie di capolavoro visionario low-budget, e spesso sono proprio questi i più grandi capolavori del trash. più è alto il valore più il film ''se la crede''.

5) INCOMPETENZA DEGLI ATTORI: inutile dare un voto alle abilità degli attori in questo genere di film, abbiamo ritenuto più funzionale dare una valutazione di quanto gli attori siano cani

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