Un momento storico per Pellicole dall’Abisso, per due motivi. Il primo perché interrompiamo quasi un anno di inattività. Il secondo perché, per la prima volta nella storia del blog, recensiamo un film che contiene la parola “abissi” nel titolo. Lo so, ci accontentiamo di poco.
Siamo tornati alle origini: filmacci italiani anni ’80 a basso budget che cercavano di attrarre il pubblico infilando riferimenti ai grandi successi del momento. In questo caso la sfacciataggine è doppia. Non solo per Alien (e si badi bene: il titolo originale è proprio Alien, non Alieno), ma anche per The Abyss di James Cameron, uscito appena pochi mesi prima. Insomma, già che copiavano, tanto valeva fare un due per uno.
A dirigere troviamo un nostro vecchio amico, Antonio Margheriti, qui accreditato con il suo alias più celebre, Antony M. Dawson. A recitare c'è la consueta sfilata di illustri sconosciuti, con l'aggiunta di Luciano Pigozzi, storico sodale del regista, e del veterano Charles Napier, un mascellone che in una carriera lunga oltre 150 film ne ha passati almeno 145 a interpretare militari, preferibilmente cattivi, ottusi o entrambe le cose.
La trama vuole che due attivisti di Greenpeace, Jane e il cameraman Lee, si intrufolino in un'imprecisata isola caraibica per documentare le nefandezze della E-Chem, azienda sospettata di smaltire rifiuti tossici in modo poco sostenibile, per dirla come i bagliazzi di oggi.
Naturalmente Jane e Lee vengono scoperti. Lui viene catturato e riempito di botte, mentre lei fugge per quella che sembra una mezz'ora abbondante di film, finché non viene soccorsa da Bob. Bob è il "serparo" locale, un uomo che estrae il veleno dai serpenti dell'isola per rivendere antidoti alle case farmaceutiche.
Fatto sta che per vedere l'Alien del titolo bisogna aspettare circa un'ora. E quello che ci mostrano inizialmente non è nemmeno un alieno, ma una specie di chela nera fumante che in qualche modo contamina chiunque le si avvicini.
Più avanti la vedremo anche in versione gigante. Peccato che altro non sia che un palo ricoperto di tubi di plastica con una tenaglia in cima, talmente immobile da far sembrare pericolosa una sedia da giardino.
L'Alien vero e proprio arriva solo nel finale, in tutto il suo fulgore: una specie di Transformer nero assemblato in cantina e dotato di una mobilità pari a quella di un frigorifero. Viene sconfitto nel giro di un paio di minuti grazie a una sorta di lanciafiamme improvvisato. Fa quasi tenerezza quando crolla a terra e decide di togliersi di mezzo da solo gettandosi nel vulcano, come se persino lui si vergognasse di esistere.
Nel finale c'è comunque un notevole florilegio di esplosioni, ottenute grazie a un uso massiccio di modellini che evocano vaghe reminiscenze dei Godzilla anni ’70. Particolarmente spassoso quello del vulcano, che sembra il classico progettino di scienze costruito dal papà per il figlio di otto anni, e quello di ruspe ed elicotteri, degno di una partita a Micro Machines.
Menzione speciale anche per il bambolotto che rimbalza sugli scogli al posto del povero Lee quando, dopo aver scoperto di essere stato contaminato dall'Alien, sceglie il suicidio.
Da segnalare infine la quasi totale assenza di colonna sonora. Quella poca che si sente, secondo IMDb, sarebbe stata ampiamente saccheggiata da Q - Il Serpente Alato, niente meno.
In conclusione, Alien dagli Abissi è esattamente ciò che promette di essere: un clone al limite dell'inguardabile di successi ben più blasonati, realizzato con mezzi limitati, poche idee molto confuse e la faccia tosta di quei registi italiani di un tempo che continuiamo a guardare con un misto di tenerezza e disgusto.
Recensito da: Vidur
VOTI:
TRASH: 81/100
NOIA: 65/100
RIDICOLAGGINE DEGLI EFFETTI SPECIALI: 78/100
PRESUNZIONE DELLA REGIA: 44/100
INCOMPETENZA DEGLI ATTORI: 75/100





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