Di Anthony M. Dawson (Antonio Margheriti). Con Daniel Bosch, Julia Mc Kay (Marina Giulia Cavalli), Luciano Pigozzi (Alan Collins), Charles Napier. 1989 / ITALIA – FILIPPINE / DANIA FILM
Un momento storico per Pellicole dall’Abisso, per due motivi. Il primo perché interrompiamo quasi un anno di inattività. Il secondo perché, per la prima volta nella storia del blog, recensiamo un film che contiene la parola “abissi” nel titolo. Lo so, ci accontentiamo di poco.
Siamo tornati alle origini: filmacci italiani anni ’80 a basso budget che cercavano di attrarre il pubblico infilando riferimenti ai grandi successi del momento. In questo caso la sfacciataggine è doppia. Non solo per Alien (e si badi bene: il titolo originale è proprio Alien, non Alieno), ma anche per The Abyss di James Cameron, uscito appena pochi mesi prima. Insomma, già che copiavano, tanto valeva fare un due per uno.
A dirigere troviamo un nostro vecchio amico, Antonio Margheriti, qui accreditato con il suo alias più celebre, Antony M. Dawson. A recitare c'è la consueta sfilata di illustri sconosciuti, con l'aggiunta di Luciano Pigozzi, storico sodale del regista, e del veterano Charles Napier, un mascellone che in una carriera lunga oltre 150 film ne ha passati almeno 145 a interpretare militari, preferibilmente cattivi, ottusi o entrambe le cose.
La trama vuole che due attivisti di Greenpeace, Jane e il cameraman Lee, si intrufolino in un'imprecisata isola caraibica per documentare le nefandezze della E-Chem, azienda sospettata di smaltire rifiuti tossici in modo poco sostenibile, per dirla come i bagliazzi di oggi.
I due riescono non si sa bene come a entrare negli impianti e scoprono che questi galantuomini scaricano scorie nucleari direttamente nel cratere del vulcano dell'isola, il quale ha stranamente iniziato a eruttare. Una coincidenza che sicuramente non verrà approfondita.
Naturalmente Jane e Lee vengono scoperti. Lui viene catturato e riempito di botte, mentre lei fugge per quella che sembra una mezz'ora abbondante di film, finché non viene soccorsa da Bob. Bob è il "serparo" locale, un uomo che estrae il veleno dai serpenti dell'isola per rivendere antidoti alle case farmaceutiche.
E così il cast è al completo: figurine stereotipate con lo spessore psicologico di un sottobicchiere. C'è la tipa tosta che deve ricordare a tutti di avere più palle degli uomini, lo scienziato alcolizzato divorato dai sensi di colpa, il militare ottuso programmato per eseguire ordini e impartirne altri e l'avventuriero cinico e solitario che, guarda caso, finirà per aiutare la protagonista. Un po' perché in fondo ha un cuore d'oro e un po' perché spera di chiavarsela.
Fatto sta che per vedere l'Alien del titolo bisogna aspettare circa un'ora. E quello che ci mostrano inizialmente non è nemmeno un alieno, ma una specie di chela nera fumante che in qualche modo contamina chiunque le si avvicini.
Più avanti la vedremo anche in versione gigante. Peccato che altro non sia che un palo ricoperto di tubi di plastica con una tenaglia in cima, talmente immobile da far sembrare pericolosa una sedia da giardino.
L'Alien vero e proprio arriva solo nel finale, in tutto il suo fulgore: una specie di Transformer nero assemblato in cantina e dotato di una mobilità pari a quella di un frigorifero. Viene sconfitto nel giro di un paio di minuti grazie a una sorta di lanciafiamme improvvisato. Fa quasi tenerezza quando crolla a terra e decide di togliersi di mezzo da solo gettandosi nel vulcano, come se persino lui si vergognasse di esistere.
Nel finale c'è comunque un notevole florilegio di esplosioni, ottenute grazie a un uso massiccio di modellini che evocano vaghe reminiscenze dei Godzilla anni ’70. Particolarmente spassoso quello del vulcano, che sembra il classico progettino di scienze costruito dal papà per il figlio di otto anni, e quello di ruspe ed elicotteri, degno di una partita a Micro Machines.
Menzione speciale anche per il bambolotto che rimbalza sugli scogli al posto del povero Lee quando, dopo aver scoperto di essere stato contaminato dall'Alien, sceglie il suicidio.
Da segnalare infine la quasi totale assenza di colonna sonora. Quella poca che si sente, secondo IMDb, sarebbe stata ampiamente saccheggiata da Q - Il Serpente Alato, niente meno.
In conclusione, Alien dagli Abissi è esattamente ciò che promette di essere: un clone al limite dell'inguardabile di successi ben più blasonati, realizzato con mezzi limitati, poche idee molto confuse e la faccia tosta di quei registi italiani di un tempo che continuiamo a guardare con un misto di tenerezza e disgusto.
Di Charles Band. Con Tim Thomerson, Helen Hunt, Michael Stefani, Biff Manard. 1984 / USA / Charles Band Productions.
In un futuro imprecisato, un burbero cacciatore di taglie torna indietro nel tempo fino alla Los Angeles degli anni '80 per fermare un criminale che può trasformare le persone in creature simili a zombie tramite il potere della mente, visto che è anche un po’ medium (cit.).
Film di fantascienza totalmente figlio del suo periodo, praticamente coevo ad altre due saghe di enorme successo con il tema centrale del viaggio nel tempo (Terminator e Ritorno al Futuro, ça va sans dire), Trancers è un dignitosissimo b-movie senza troppe pretese, che ha dato vita a sua volta ad una serie di seguiti di cui ignoravo totalmente l’esistenza, così come probabilmente buona parte dell’umanità.
La premessa di questo criminale che è in grado di “sintetizzare il tempo” e dominare le menti deboli è piuttosto interessante, così come la modalità del viaggio nel tempo: tramite un siero i personaggi vengono trasmigrati nel corpo di un proprio antenato. E così, il detective Jack Deth si “reincarna” nel suo antenato Phil, che oh incredibile, è proprio uguale a lui.
L’interprete è Tim Thomerson, conosciuto precedentemente per ruoli comici e che qui incarna, con una buona dose di ironia, il classico badass dal cuore d’oro. Il suo love interest è una giovanissima e all’epoca ancora sconosciuta Helen Hunt, brava, bella e carismatica, già all’epoca. Peccato che Jack e Leena (il personaggio della Hunt) si passino più di diciassette anni di differenza e la loro storia d’amore sia la classica forzatura campata per aria tipica del genere. Ci si passa sopra volentieri però, visto che questo Trancers ha il pregio di prendersi poco sul serio e di avere un ottimo ritmo, condensato com’è in appena 76 minuti.
Tra i punti deboli annoveriamo un cattivo davvero poco carismatico, di cui non si sa praticamente nulla, e sconfitto in un finale totalmente anti-climatico, grazie a delle bottigliate tirate da un barbone ubriacone e delle scene d’azione ridotte al minimo ed evidentemente scarnissime, visto il budget di una spesa di Natale al supermercato.
Scommetto che questo Trancers fosse ignoto alla stragrande maggioranza di voi (in caso contrario, fateci un fischio!) eppure, come si diceva in apertura può vantare ben cinque seguiti (di cui uno uscito in Italia col titolo I Cavalieri Interstellari e l’ultimo uscito nel 2002!), dalla progressiva ed esponenziale merdosità e proprio per questo motivo di grande interesse per questo simpatico blog, per cui stay tuned!
Di Rob Pallatina. Con Caroline Ivari, Steve Brown, Michael Marcel, Mishone Feign. USA / 2017 / The Asylum
Dato che è da poco uscito nelle sale l’ottimo Alien: Romulus, perché non recuperare questo splendido Alien Convergence partorito da mamma Asylum? In realtà, essendo del 2017, si tratta del mockbuster corrispondente ad Alien: Covenant, che era già di per sé una discreta merda, ma spero che mi perdonerete.
Ça va sans dire che Alien Convergence non ha la minima attinenza con la saga fondata da Ridley Scott e probabilmente neanche la minima attinenza con il senso compiuto. La trama infatti vuole che un team di soldati disabili stia sviluppando un rivoluzionario metodo di pilotaggio di aerei da combattimento tramite sistema neurale (cioè, col pensiero), mentre tre meteoriti colpiscono la terra. I soldati mutilati si ritroveranno ad essere quindi gli unici ad avere la tecnologia e l’abilità per sconfiggere i temibili alieni covati dentro i meteoriti!
Ci sono tutti i "topoi" classici dell’Asylum in questo filmetto realizzato con ancora meno budget e meno impegno rispetto ai già bassissimi standard della casa di produzione a cui abbiamo dedicato questa bellissima retrospettiva: l’inconfondibile fotografia degli interni, le pessime divise militari, la trama risibile, gli effetti speciali patetici, la recitazione amatoriale di sconosciuti figuranti e un finale mezzo abortito.
In particolare, Alien Convergence è il trionfo dell’”O'dimo”. Chi ha visto la quarta stagione di Boris, avrà subito chiaro di cosa parlo, per tutti gli altri per “O'dimo”, si intende “Lo diciamo” e non lo mostriamo, perché non abbiamo i soldi.
“Tutte le strade sono bloccate, il traffico è paralizzato e ci sono continui blackout!”, / “La popolazione è nel panico e ci sono rivolte nelle strade!” / “Dei mostruosi esseri alieni stanno seminando morte e distruzione in tutto il paese! / “Il nostro esercito ha provato di tutto per abbattere questi esseri mostruosi, ma niente ha funzionato!”. Ecco, tutto ciò ci viene detto nei dialoghi, ma mai mostrato o per lo meno solo in brevissime sequenze realizzate ovviamente col buco del culo.
Non temete però, perché di scene cringe Alien Convergence abbonda. Come, per esempio, quando il padre della protagonista -un ex pilota rimasto invalido, ora scienziato Nasa- si reca sul luogo dello schianto del meteorite per recuperare dei campioni di roccia. Ebbene, questo scienziato va da solo in sedia rotelle sul luogo dell’impatto, dove trova un unico poliziotto. Certo, è perfettamente normale che dove è caduto un meteorite a controllare il posto ci sia un unico agente e che a prelevare i campioni di roccia ci sia un solo scienziato, per giunta in carrozzina, che per recuperare i pezzi si cappotta pure dentro il cratere.
Un’altra notevole è quando il nostro gruppo di soldati arriva in una base militare. Aldilà del fatto che in questa base c’è sostanzialmente una sola persona (altro classico Asylum, perché le comparse costano), il colonnello della base sostiene che lì ci sia il più grande deposito di velivoli militari di tutti gli Stati Uniti. E lo fa davanti ad un patetico green screen con un’immagine statica presa chissà dove di quattro jet cagati parcheggiati nel deserto.
E gli alieni? Beh, un altro stilema immancabile di questi film è che al momento del girato, nessuno è bene al corrente di che forma saranno i mostri che saranno aggiunti in post-produzione, quindi i dialoghi in merito sono sempre vaghi “E’ davvero enorme! Ma cosa diavolo è?”. E in realtà sono un patetico incrocio fra dei gargoyle e dei draghi, riciclati da un altro film Asylum, Dragon Crusaders, uscito per altro sei anni prima!
Ultima annotazione sulla protagonista, caruccia per carità, ma più che una militare cazzuta sembra una commessa di Walmart che ha esagerato coi dolci durante le vacanze di Natale (E così, la nostra dose di maschilismo e bodyshaming quotidiana ce la siamo portata a casa).
Di Albert Pyun. Con Jean-Claude Van Damme, Deborah Richter, Vincent Klyn, Dayle Haddon. 1989 / USA / Cannon Enertainment
Uno dei motivi per cui amo il cinema è che ogni tanto le storie produttive dietro i film sono molto più interessanti dei film stessi. Si tratta di un leitmotiv qui su Pellicole dall'Abisso, visto che di solito i travagli dietro la realizzazione di un film sono figli di budget limitati, produttori incapaci e/o criminali, registi bizzarri e attori fuori di testa.
Ed effettivamente c'è un po' di tutto in questo Cyborg, la cui storia inizia dalla fine di quella della famigerata casa di produzione Cannon, figlia dei due amabili cialtroni principi della monnezza anni '80, Menahem Golan e Yoram Globus. Trovandosi ad un passo dalla bancarotta, ebbero la brillante di idea di realizzare due film in uno: il seguito de I Dominatori dell'Universo e una versione live action di Spider Man (ebbene sì). Si mossero così realizzando scenografie, comprando costumi e suppellettili, finché non dovettero rinunciare ai diritti dei due film di cui sopra per problemi finanziari. Avendo già speso 2 milioni di dollari, dovettero inventarsi un'alternativa per non perdere tutto. Il regista che si doveva occupare dei due progetti da girarsi in simultanea, Albert Pyun, aveva in mano altre due sceneggiature scritte da lui, Johnny Guitar e Alex Rain.
Pyun, con un budget residuo di appena 500.000 dollari compreso il cachet di Van Damme, decise quindi di unire quelle due storie realizzando una rock opera in bianco e nero di oltre due ore, oscura, violenta, con tanto di voice-over in stile Blade Runner. Ad un primo test-screening, su 99 delle 100 persone presenti, il film fece schifo al cazzo.
Intervenne quindi Van Damme, che convinse Golan e Globus a dare in mano il film ad un suo montatore di fiducia che alla fine partorì quello che il mondo ha conosciuto effettivamente come la versione definitiva di Cyborg.
Se volete un ulteriore gustoso aneddoto, posso dirvi che in una scena di combattimento Van Damme ferì un altro attore che perse permanentemente la vista da un occhio. Trascinato in tribunale, Van Damme perse la causa e dovettero accordarsi con un sostanzioso risarcimento per tale Jackson "Rock" Pickney.
Vabè, ma il film com'è, vi stare certamente chiedendo. È un guazzabuglio di cose scopiazzate un tanto al chilo da Robocop, Terminator, Blade Runner, Mad Max, Highlander e compagnia cantante, anche se più che con Paul Verhoeven, James Cameron e Ridley Scott, Pyun meriterebbe la compagnia del David Worth de I Predatori dell'Anno Omega e del Sergio Martino di 2019: Fuga da New York.
La trama è letteralmente riassumibile in due frasi: nel classico futuro distopico in un cui la peste ha decimato l'umanità, una donna cyborg (cosa? Pensate che Van Damme sia il Cyborg del titolo? Pfff) detiene la conoscenza per debellarla. Un cattivo mercenario se ne vuole impadronire per usarla al fine di dominare il mondo, mentre il buono cazzuto cerca vendetta contro il cattivo di cui sopra che gli ha sterminato la famiglia. Dalla rock opera di Pyun è sopravvissuta la geniale idea di chiamare i protagonisti con nomi di marchi di chitarre, per la precisione il personaggio di Van Damme si chiama Gibson Rickenbacker, mentre il villain di turno Fender Tremolo (non scherzo).
Ed è praticamente tutto qui, visto che ci sono dieci dialoghi in croce recitati di merda, quattro flashback messi a cazzo di cane e una serie di combattimenti realizzati col buco del culo. Non c'è infatti manco il divertimento di vedere Van Damme fare le sue mosse di arti marziali, perché praticamente non ne fa, manco nel super duello finale. E non che nel resto sia meglio, visto che ha la stessa espressività di un blocco di tufo.
Meglio la compagna di viaggio di Van Damme, la procace Debora Richter, e il cattivo, interpretato da tale Vincent Klyn, una sorta di The Rock ante-litteram fatto di crack.
Cyborg non evitò la bancarotta alla Cannon, ma col tempo, per qualche strano motivo, acquisì una certa fama di culto, tanto che sono stati realizzati due sequel: nel primo c'è Angelina Jolie e nel secondo Malcolm McDowell. Ve l'avevo detto che la cosa meno interessante di questa storia era il film.
Di Ken Dixon. Con Elizabeth Cayton, Cindy Beal, Don Scribner, Carl Horner. USA / 1987 / TITAN PRODUCTIONS
Ebbene sì, cari amici, il Vostro Vidur ci è cascato di nuovo. Il titolo sollucheroso, una locandina spettacolare, quella bizzarra commistione tra fantascienza ed erotismo che solo gli anni '80 potevano vantare, mi hanno attratto come un marinaio viene attratto dal canto delle sirene.
E in realtà, questa volta, il tutto non si è concluso con un naufragio, ma con un placido attracco al molo. Slave Girls (From Infinity Beyond) infatti non mente e non tradisce le attese: ti aspetti ragazze discinte e ci sono eccome. Le due protagoniste, Elizabeth Cayton alias Daria e Cindy Beal alias Tisa, sono due gran pezzi di figliole che passano il 99% del film indossando minuscoli bikini di finta pelle di cammello, sexy lingerie di seta oppure nessuna delle due cose.
Per il resto si tratta di un film di fantascienza piuttosto canonico, con alcune idee valide affossate però da un'evidentissima povertà di budget, da una colonna sonora totalmente inadatta e da alcune difficoltà produttive. Nel ruolo principale infatti era stata scritturata originariamente Ginger Lynn, un'attrice pornografica che però venne licenziata dopo tre giorni di riprese, con l'ovvia conseguenza di riduzione di tempo e di aumento dei costi.
Fatto sta che tutto quello che accade è totalmente decontestualizzato. Non abbiamo idea di chi siano Daria e Tisa, da dove vengano, cosa facciano, perché lo facciano e pure che rapporto c'è tra loro. Sono sorelle, amiche, compagne? Sono soldatesse, mercenarie, guerriere, scienziate, cameriere, cittadine della galassia? E perché e da chi vengono rapite all'injzio del film? E perché girano la galassia in bikini di pelle di cammello? E perché i due soldati incaricati di sorvegliarle quando salgono sull'astronave non cercano di fermarle e si dicono solo "Vabbè, troppo tardi", quando sono là a 10 metri?
Non si sa, però dopo essere fuggite dai due soldati più ebeti dell'universo, le nostre due eroine finiscono dalla padella alla brace, infatti precipitano sul pianeta del fratello segreto di Christian Bale, perché chiaramente quest'uomo è il fratello segreto di Christian Bale.
Ci vuole poco per capire che il fratello segreto di Christian Bale è un sadico a cui piace cacciare gli essere umani e spassarsela con le pulzelle che hanno la sventura di passargli fra le mani.
Notevoli i due androidi camerieri del fratello segreto di Christian Bale. Uno si fa pure sedurre da una delle due ragazze, perché si sa, anche agli androidi piace la gnagna e poi battibecca con l'altro manco fossero Stanlio e Ollio.
Il finale con un Predator dei poveri che sparisce in un globo blu quando viene colpito e la fuga dell'ultimo minuto prima dell'esplosione del pianeta costituisce quanto di più classico in opere di questa risma, che ha pure il buon cuore di durare meno di un'ora e un quarto.
Slave Girls vanta un vero e proprio parterre de roi, a giudicare dai curriculum. Il regista Ken Dixon ha diretto ben due lungometraggi oltre a quello in oggetto: Afrika Erotika e Zombiethon, senza contare TheBest of Sex and Violence e Filmgore che sono solo raccolte di clip di altri film. Però.
Cindy Beal vanta un altro credito e il doppiaggio di una serie di Dragon Ball, mentre Elizabeth Cayton (o Kaitan, a seconda del film) assomma una serie di B movie che farebbe invidia a Donald Pleasance. Il fratello segreto di Christian Bale che, essendo il fratello segreto di Christian Bale è pure bravino, si è fatto una rispettabile carriera nell'underground e pure la composizione di qualche colonna sonora.
Vabè, concludo che questa recensione sta diventano più lunga delle sceneggiatura del film stesso. Guardatelo, se avete 94 minuti da buttare e se...no, niente, basta.
Di Roy Garrett (alias Mario Gariazzo). Con Martin Balsam, Agostina Belli, Silvia Tortosa, William Berger. SPAGNA – ITALIA / 1988 / Turbo Films
Ci sono film che ti piacciono, ci sono film che ti rimangono dentro, ci sono film che ti fanno schifo, ci sono film che ti fanno odiare l’umanità, ci sono film che dimentichi il secondo dopo averne terminato la visione, e ci sono film che ti fanno dire…boh! Fratello dello Spazio è uno di quei film che mi hanno fatto dire…boh!
Misconosciuto al limite dell’oblio, quest’opera fantascientifica è diretta da Mario Gariazzo, nascosto dal proverbiale pseudonimo angolofono, già apparso su queste sciagurate pagine virtuali per l’imperdibile Incontri molto ravvicinati del…quarto tipo. Ma se quest’ultimo era un pietoso tentativo di commistione tra fantascienza e commedia erotica, la qui presente pellicola dall’abisso è una deprimente e inspiegabile cacofonia visuale il cui senso di esistere sfugge ad umana comprensione. Non per niente il film, una coproduzione italo-spagnola, è sparito nel nulla senza essere pubblicato da nessuna parte per poi rispuntare come un fungo negli ultimi anni, prima grazie al canale TV Iris e adesso, ovviamente, grazie ad Amazon Prime Video, il quale, analogamente ad una ragazza dai facili costumi, non riesce dire di no a nessuno.
La trama vuole che una nave spaziale aliena abbia un'avaria e che gli occupanti finiscano sulla Terra. Ne sopravvive solo uno: un tenero alienino con una tutina argentata e un enorme testone simile ad una prugna secca. L'esercito inizia le ricerche per catturarlo, ma una ragazza cieca che è anche un po’ medium (E CIT. PURE STAVOLTA!), con i suoi due compagni di viaggio, un prete e un'amica, cercherà di aiutarlo a tornare a casa e a difenderlo dagli umani cattivi
Ma quanto erano belli i pupazzini delle Sunsweet???
La già elisissima trama viene ulteriormente martoriata da un andamento pachidermico e maldestro, in cui le cose si ripetono senza soluzione di continuità, come lo sceriffo della città che non fa che andare da un posto A ad un posto B e dire ai suoi sottoposti di andare dal posto C al posto D.
Crea un certo sconcerto anche l’incredibile flemma, se non quasi indifferenza, con cui alcuni avvenimenti vengono trattati. I tre protagonisti (la cieca, l’amica e il prete) quasi non fanno una piega davanti ad un alienino-prugna con poteri telecinetici, mentre anche le autorità sembrano prendersela con molta calma, tanto che le supposte scene di azione, quasi prive di musica, si svolgono con la stessa intensità di una siesta messicana dopo un pranzo a base di fajitas e sangria. Il riferimento al Messico non è casuale perché la stessa ambientazione povera e desertica, esaspera ancora di più il senso di desolazione e straniamento che il film trasmette.
Il significato recondito è probabilmente quello di un sottotesto religioso: il prete (interpretato da un decrepito Martin Balsam, che tra gli anni ’60 e ’70 aveva recitato in filmetti quali Psyco, Tutti Gli Uomini del Presidente e Assassinio sull’Orient Express) insiste sulla similitudine tra Gesù e l’alienino-prugna: entrambi scesi dalle stelle e dotati di poteri straordinari, alla fine condannati dalla cattiveria dell’uomo. Tra l'altro l'alienino farà il miracolo dando la vista all'ex non vedente grazie ad un visore stile Geordie LaForge, ovvero un pezzo di plastica arancione. Va bene, ma quindi? Il messaggio qual era? Viva Gesù e/o gli uomini sono malvagi e non imparano mai? Boh.
Da segnalare anche gli effetti speciali altamente risibili: pur ammettendo la povertà di budget, non si può non sorridere amaramente di fronte ai modellini simili a dei lampadari delle astronavi schiaffati sopra a delle immagini di repertorio di bassissima qualità; in particolare il fondale statico della terra non sarebbe stato perdonabile neanche in un film di Ed Wood.
Consigliamo di starne ben alla larga e di guardarlo solo se volete essere la quinta o sesta persona nella storia dell’umanità a martoriarsi gli zebedei con questa mediocre montagnola di sterco di mucca.
Di Zack Snyder. Con Sofia Boutella, Charlie Hunnam, Djimon Hounsou, Ed Skrein, Michiel Huisman. USA / 2023 / Grand Electric
Interessante notare come la trasformazione di Netlfix da servizio di streaming a casa di produzione stia accelerando e già arrivando alla sua fase finale. In casa della N rossa, infatti, hanno saltato il passaggio in cui producono bei film e/o successi commerciali per arrivare subito a defecare letame fumante. La montagna di escrementi in questione è bella grossa, 90 milioni di dollari di budget, e dalla firma prestigiosa, Zack Snyder.
È difficile capire il motivo del credito e della fan base di cui può disporre questo regista il cui unico film degno di nota rimane 300, risalente al lontanissimo 2006. Forse, le ultime chip se le è giocate con questo Rebel Moon, ed è equivalso ad andare in All In con in mano un 3 di picche e un 6 di fiori quando sul tavolo c’era un tris di assi. Basterebbe sapere che la sceneggiatura di questo film è stata scartata dalla Disney per un film della saga di Star Wars, per capire a quale abominio ci troviamo di fronte.
“Ah sì? Non volete che questo film sia uno Star Wars?” – si sarà detto Snyder – “E allora rifarò Episodio IV, ma di merda!”. E così ha fatto. La trama infatti vede una giovane donna contadina che finisce per andare alla ricerca di guerrieri da altri pianeti per combattere gli eserciti tirannici che terrorizzano la sua pacifica colonia.
L’Impero qui si chiama Mondo Madre, Luke Skywalker è una diverse strong female charachter -una Mary Sue senza personalità e carisma-, Darth Vader è un incrocio fra un cosplay di Cristiano Ronaldo e Hans Landa di Bastardi Senza Gloria, la ribellione è…la ribellione.
Ma abbiamo anche lo Han Solo in versione Lidl, incontrato alla cantina di Mos Eisley in versione gay bar, che pilota un Millennium Falcon in versione Penny Market.
I cattivi ovviamente sono cattivissimi e indossano divise uscite da un incrocio fra la Gestapo e l’Armata Rossa in un pessimo film steam punk, anche se il generale (o comandante, boh, non mi ricordo che grado avesse) Atticus Noble sembra essere l’unico personaggio con un minimo di caratterizzazione ed interpretato con il giusto entusiasmo da Ed Skrein. Ci sarebbe anche una sorta di Imperatore che vive al Polo Nord e che è interpretato da un tizio che si chiama Fra Fee (veramente!), ma ha talmente poco screen time da essere totalmente irrilevante. Immagino che avrà più spazio nel secondo capitolo che uscirà ad aprile, ma credo che non lo scoprirò mai visto che col cazzo che me lo guardo. Cattivissimi fortissimi per altro che hanno le navi interstellari, ma che non sanno come rendere fertile un terreno. Mah.
La parte peggiore è forse quella centrale, in cui vanno a reclutare i vari “guerrieri” per combattere il Mondo Madre. Questi tizi sembrano usciti da un picchiaduro anni ’90, ma non quelli fighi come Mortal Kombat o Street Fighter, ma piuttosto uno di quei ripoff poveri tipo Dangerous Streets o Time Killers: una sorta di indiano dagli addominali scolpiti che cavalca un ippogriffo, una donna samurai asiatica, un ex generale ubriacone trovato sul pianeta Gladiatori (perché lui è Djimon Hounsou, che ha fatto Il Gladiatore, eh ve lo ricordate? Eh eh eh?), più un altro cosplay, ma questa volta del personaggio di Gary Dourdan in Alien 4.
Il bello è che questi personaggi ci vengono introdotti con tutta una prosopopea tonitruante per poi praticamente sparire nella terza parte, in cui ogni tanto rispuntano inquadrati per cinque secondi giusto per ricordarci che esistono.
Avrei anche potuto perdonare l’estrema derivazione della storia, se almeno tutto il resto fosse stato buono, ma la realtà è che forse è anche peggio. Interpretazioni annoiate, regia fastidiosa, fotografia buia e deprimente, scenografie artefatte, CGI mediocre, musiche inesistenti, flashback eterni che interrompono la narrazione, monologhi imbarazzanti alla GliOcchi del Cuore (“Non so se sono capace di amare! Sigh! Sob!”), manca un vero e proprio sviluppo della trama, combattimenti noiosi resi ridicoli dal solito uso smodato di slow motion e soprattutto è una grandissima rottura di palle. Dura due ore che sembrano tre mesi e alla fine non te ne frega un cazzo della storia, dei personaggi e del seguito (oppure della versione estesa del regista che dura un’ora in più, che probabilmente verrà usata come strumento di tortura per i prossimi interrogatori della CIA).
Un prodotto tanto povero di fantasia e qualità, quanto ricco della proverbiale presunzione e seriosità di Snyder, che ha pure avuto totale carta bianca per produrre questa roba. Ed ecco la carta che fine avrebbe dovuto fare.
Di Piergiuseppe Zaia. Con Eleonora Fani, Bruce Payne, Jennifer Mischiati, PelleK, Marc Fiorini, Piergiuseppe Zaia, Gérard Depardieu, William Shatner. ITALIA / 2020 / Artuniverse
Dopo migliaia e migliaia di anni, i pianeti si stanno finalmente allineando e come di consueto quando ciò avviene i capi dell'universo si riuniscono in concilio per mettere le loro palle lens in fila come i pianeti al fine di... ehm. Boh. Comunque sembra importante, visto che l'alieno con l'occhietto meccanico che fa ciao ciao sembra molto corrucciato (alieno interpretato tra l'altro da uno spaesato William Shatner, lo storico Capitano Kirk). Come se non bastasse abbiamo un latitante: Dio. Ok, non è che sia proprio Dio, in realtà è un alieno che si chiama Lord Kanaff, responsabile della creazione della razza uomo sul pianeta Terra, avendo ibridato il proprio DNA con quello dell'uomo preistorico. Mentre lo attendono invano gli altri Alieni cominciano a sbeffeggiarlo per quanto faccia schifo l'uomo e si parla addirittura di tradimento. Ma Dio Kanaff è un padre affettuoso e pur rendendosi conto degli errori dei suoi figli è molto legato ad essi, e farà di tutto per convincere il consiglio che sterminare la popolazione della terra e ripartire da zero sia una pessima idea. Tuttavia almeno due degli altri Dei/Alieni, nello specifico quella con il sopracciglio alla Klingon e quello pelato ma con i brillantini al naso, vogliono mettergli i bastoni tra le ruote e conquistare il nostro pianeta. Perchè? Boh.
Devo comunque ammettere che, trucco e parrucco a parte, il buon William Shatner se la passa piuttosto bene per aver superato gli 88 anni...
Nel frattempo i poteri forti rettiliani ed illuminati guidati da un combattuto Gerard Depardieu, ormai prossimo ad avere un campo gravitazionale tutto suo, si sentono minacciati dall'internet, dalla pagina Facebook "Non cielo dicono" e da Mauro Biglino. Di conseguenza si programma alacremente una pandemia globale, una terza guerra mondiale e quattro o cinque scie chimiche tanto per mettere le cose in chiaro e tenere sotto scacco il popolo bue con religioni, alta finanza cazzi e mazzi.
...Di certo non si può dire lo stesso del povero Gerard...
Lord Kanaff, sentendosi braccato dagli altri membri del consiglio, cercherà di nascondere i suoi artefatti del potere, ovvero la sua palla e la password. La palla verrà trasformata in un'arancia e mandata la carnevale di Ivrea (sul serio), dove verrà scagliata sul grugno di uno sfortunato medico che ne entrerà fortuitamente in possesso. La password invece verrà tanata subito dalla aliena-klingon, basta girare il libro di pietra che ha tra le zampe il leone di San Marco a Venezia, ed è già lì bella scritta a pagina due (sul serio). Del resto anche Dio ha bisogno dei suoi post-it su cui appuntarsi le cose importanti, se no si dimentica. A questo punto Kanaff è spacciato, non può che difendersi dagli attacchi degli altri Dei con il suo immenso potere. Ma visto che è pure scarso, viene in un sol colpo esiliato in una specie di cripta dalla quale non può evadere, anche perchè gli hanno hackerato la password del pianeta e non riesce più ad accedere neanche a Netflix. Ma lui è Dio mica per niente... Ha un piano infallibile per recuperarla:
[SPOILER]
Da qui la follia quella vera, manco fino ad ora avessimo scherzato. Praticamente il piano di Dio è quello di chiamare su Discord il figlio di Gesù, che è un bambino di 10 anni sempre attaccato al Tablet. Facendo finta di essere un suo amico, gli dice di finire un videogioco e lo attira in una chiesa abbandonata dalla quale lo addurrà con sè nella cripta. Dio prende sto povero bambino lo trasforma in Conan il barbaro e gli dice: "Allora, prendi la prima a destra, poi torni nel 1932, uccidi Hitler mentre è all'Oktoberfest utilizzando il coltello da ostrica che troverai sotto il ventisettesimo sgabello entrando dall'ingresso est, però prima devi chiamare Gesù che ti deve prestare la macchina. A questo punto torni nel 2023 e prendi la Padana Superiore, fermati al Conad a far benzina che lì costa meno. Segui la strada finchè non arrivi al cimitero di Lambrate. Lì ti metti a contare le lapidi e devi arrivare esattamente a 247. A questo punto ti giri su te stesso cinque volte facendo il verso della procellaria di Parkinson e ti spari otto rum e pera di fila. Comparirà una coppa che in realtà non è una coppa vera e propria e si trasforma in una spada dopo che hai visto "Mazzabubù... Quante corna stanno quaggiù?" almeno due volte in un drive-in. Ora che hai una spada devi tornare nel medioevo dove c'è tuo fratello mezzo scorpione. Portalo in viale Argonne a mangiare tre cotolette con tutto dalle Luride e quando sarà in gastroparesi uccidilo e bevi il suo sangue, così dai suoi fluidi corporei potrai risalire alla password e tornare qui a riferirmela."
Il bambino Conan al terzo chupito.
E niente, nonostante questa spiegazione a dir poco machiavellica il bambino di 10 anni riesce a fare tutte queste cose in 30 secondi. Ma c'è un plot twist, e verrà sgozzato da Bruce Payne che apparirà dal nulla, Così.
[FINE SPOILER]
Oh, finalmente! Un grande ed ambizioso colossal fantasy - sci-fi ad alto budget tutto italiano, vincitore di ben 28 premi nazionali e internazionali, e poco conta che i premi siano tipo "miglior pollo in fricassea alla sagra di San Giovanni in Galdo" e che stando a Wikipedia siano 12 e non 28. Una produzione di questa entità solitamente viene strombazzata a destra e manca dai media visto che viviamo in un paese che da almeno 30 anni è letteralmente uscito dal mondo del cinema internazionale. Eppure di questo non si è poi sentito molto, e dopo il 2020 se ne è proprio persa ogni traccia. Non è da escludere che i poteri forti quelli veri, tra una sostituzione etnica e un ammonimento di Giorgio Soros, abbiano cercato che di affossare questo film in grado di mettere in crisi il sistema. Infatti io ne ho sentito parlare solo qualche mese fa dall'amico Bobby Han Solo (andate a trovarlo!), che mi ha fortemente consigliato di vederlo. E capisco il perchè. Creators è un film completamente folle e sconclusionato, a prescindere dai temi complottisti trattati a cui alla fine è liberissimo di credere o meno. Vi sono dozzine di personaggi, tutti invischiati in assurde sotto trame. Come se non bastasse, queste trame occupano anche diverse linee temporali, affinchè perfino il più attento spettatore (nicchia dalla quale mi tengo a debita distanza) sia ulteriormente messo in difficoltà. I personaggi sono tendenzialmente piatti e monodimensionali, e si fatica a trovare un qualche genere di sviluppo o crescita degli innumerevoli soggetti presenti, neppure dei protagonisti. Il leitmotiv del film è credersela di brutto: innanzitutto il regista Piergiuseppe Zaia è realmente convinto di aver confezionato un capolavoro di introspezione in grado di scardinare l'ordine mondiale. Il nostro Pier è così vanesio e narcisista e sicuro di essere il portatore del Verbo che ha deciso che l'interprete migliore per il personaggio di Gesù Cristo non potesse essere altri che sè medesimo. Per dire.
Se non altro il physique du role non gli manca, ecco il nostro messianico regista mentre ci mostra orgoglioso il premio di miglior film in rassegna alla sagra del coniglio in porchetta di Serra San Quirico.
Se proprio devo salvare due cose, la prima è il comparto tecnico: sebbene un po' naïf il film è oggettivamente gradevole alla vista, e il regista lo sa bene. Questa convinzione tuttavia lo ha portato a fare un uso smodato e fin fuori luogo degli effetti speciali (tutti rigorosamente in cgi). Salvo invece solo a metà il cast semi-stellare, nel quale sono proprio le stelle quelle a brillare meno (giusto Bruce Payne forse sembra avere un quid in più), e dove una figura ben migliore la fa la bella e brava Eleonora Fani, che tra l'altro collabora alla sceneggiatura: facilmente comprensibile il suo profuso impegno, dal momento che il film è di fatto una sua creatura e che si è scelta quello che probabilmente è l'unico personaggio degno di questo nome, o che per lo meno ci mostra un qualche genere di crescita/evoluzione. Il film è stato recitato interamente in lingua inglese (del resto le velleità erano planetarie), ed è stato quindi doppiato in italiano. Ebbene, in questo siamo ad un livello assolutamente top, e sono stati coinvolti nel progetto doppiatori di primissima fascia tra cui Luca Ward (che si prodiga anche in qualità di narratore), Giancarlo Giannini, Maria Pia di Meo e Mario Cordova. Un roster davvero hollywoodiano.
Fun fact: Eleonora Fani (Lady Airre) non è affatto nera.
Il film tra l'altro non finisce, e probabilmente non finirà mai: questo doveva infatti essere il primo capitolo di una trilogia composta dai corrispettivi "Creators - The Present" e "Creators - The Future", che a questo punto dubito vedranno mai la luce considerato il fatto che i potenti della Terra vogliono tenerli nascosti al botteghino "Creators - The Past" ha floppato peggio di un'incudine lanciata dal sesto piano. Stiamo parlando di 112.000 € incassati a fronte di un budget di oltre 7 milioni. Diciamo che è uscito in sala nel peggior momento storico immaginabile, ovvero appena prima dello scoppio della Pandemia di Covid-19 (coincidenze? io non credo), fatto che ha di certo contribuito alla clamorosa débâcle sul fronte incassi di questa coraggiosa produzione.
Questa pellicola non ha né capo né coda. É oggettivamente troppo complicata da seguire e mette decisamente troppa carne sul fuoco, risultando indigesta e incomprensibile perfino a chi tutto sommato i lavori di Biglino li conosce e non è del tutto a digiuno di teorie della cospirazione. Non sembra essere stata una buona idea propinare una simile mole di informazioni al pubblico, che alla fine si è recato al cinema per passare la sua oretta e mezza di tempo libero a svagarsi e non certo a incasinarsi il cervello per cercare di seguire le vicende narrate nel girato. In molti punti è talmente arzigogolato e assurdo da risultare assolutamente risibile.
Un film che ti lascia a bocca aperta, e non necessariamente in senso positivo. Perdersi una tale perla di spacconaggine e di comicità involontaria dovrebbe essere illegale.
Recensito da: Imrahil
TRASH: 90/100
Noia: 72/100
Ridicolaggine degli effetti speciali: 58/100
Presunzione della regia: 100/100
Incompetenza degli attori: 66/100
Se ti piace guarda anche: Qualsiasi documentario di History Channel trasmesso tra le 2 e le 4 del mattino.
Di Alberto De Martino. Con David Warbeck, Laura Trotter, Loris Loddi, John Ireland, Giorgio Favretto. 1985 / Italia -USA / Filmustang
Alberto De Martino non è un nome nuovo su Pellicole dall’Abisso; è stato un onesto mestierante che negli anni ’60 si è dedicato principalmente ai peplum e agli spaghetti western, per poi virare su horror e fantascienza negli ultimi anni di attività. Su queste pagine virtuali ci siamo occupati del mitologico Uomo Puma e di 7, Hyden Park: La casa maledetta. Il qui presente Miami Golem non raggiunge né le esilaranti vette trash del supereroe con i mocassini, né la dignitosa mediocrità di Hyden Park, ma rimane in quel triste limbo di schifo poco divertente e molto frustrante.
Un giornalista TV di Miami viene inviato presso un'università locale per confezionare un servizio su un professore che sta clonando una cellula dal DNA trovato all'interno di un meteorite; si ritroverà coinvolto in un’avventura con malvagi uomini d’affari, alieni telepatici e un feto birichino.
Filmaccio infame, noioso, inutilmente complicato e infarcito di una serie di cose totalmente senza senso, a partire dalla premessa. Già di per sé l’idea di clonare una cellula a caso trovata su un meteorite non sembra proprio brillantissima, poi il fatto che per farlo si debba unire astrofisica e ingegneria genetica è ancora più risibile. Si scopre in seguito che in questa cellula risiede del materiale organico appartenente ad uno spietato e potentissimo essere alieno, di cui un gangster vuole impadronirsi per distruggere il mondo.
Ci sono anche dei messaggi sublimali a forma di proiezioni astrali provenienti dagli etruschi di Atlantide. O qualcosa del genere.
A fermarlo ci penserà il reporter di cui sopra e una bionda che è anche un po’ medium (cit.) che con la sola imposizione delle mani (cit.) riesce a comunicare con degli alieni. Ad interpretare il reporter è David Warbeck, solido caratterista del bis transitato in un milione di merdate contrappuntate da qualche isolato gioiello come …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà di Fulci e Quella Villa in fondo al Parco. Probabilmente la consapevolezza di stare girando una delle peggiori boiate della sua fulgida carriera, hanno portato Warbeck a recitare con una legnosità e un disinteresse quasi insostenibile. Fa un po’ meglio la sua compagna di sventura Laura Trotter, anch’essa specializzata in film di genere e che per lo meno ci delizia con un nudo frontale integrale che definire gratuito sarebbe un pallido eufemismo.
Ma sta roba è passata su Italia 1??? Come e quando???
Qualche spunto divertente in realtà c’è. Il primo è quando il reporter viene assaltato ad un elicottero in piena campagna, lui si difende a pistolettate, fino a quando passa per caso uno scuolabus guidato da due neri vestiti da anni 30’, uno dei quali gli dice qualcosa del tipo “ehi, fradello, non si sbara ad ucello con grandi ali”. Il secondo è quando gli alieni devono comunicare col reporter: per non spaventarlo o molto più probabilmente per risparmiare sul budget, lo faranno prendendo possesso del corpo del giornalista stesso, con una sorta di effetto caleidoscopico di tragica povertà.
E infine c’è il feto, il famoso golem. In realtà la creatura ha quell’aspetto pupazzoso inquietante e ridicolo il giusto (e del resto dietro c’è un certo Sergio Stivaletti) ed è un peccato che venga tirato fuori solo negli ultimi dieci minuti di film.
Il feto che vuole distruggere l'universo e....
...l'intrepido reporter che lo salva.
A sua parziale difesa, De Martino sostenne che la produzione gli aveva impedito di lavorare sul montaggio finale e che quindi disconosceva la paternità del film. Può essere, ma l’imbarazzante sceneggiatura era comunque sua, così come una regia sciatta e impiegatizia. Gli va comunque ascritta una certa lungimiranza: avendo subodorato l’imminente declino del cinema di genere italiano, lasciò la regia proprio dopo questo mezzo aborto per dedicarsi al doppiaggio e all’adattamento.
In ogni caso, ora che sapete che il film ha fatto schifo anche al regista stesso, avete tutti gli elementi per decidere saggiamente di rimanerci alla larga.
LEGENDA - per capire meglio le nostre recensioni e le nostre votazioni
Questo blog tratta esclusivamente film di infimo livello, per cui i nostri criteri di giudizio sono totalmente differenti da quelli che potreste trovare in un qualsiasi sito di recensioni cinematografiche; nello specifico noi qui a Pellicole dall'Abisso teniamo conto di 5 fattori ed abbiamo deciso di esprimere il voto in centesimi per consentire maggiori sfumature;
1) VOTO TRASH: è il più importante ed è un voto generale; se volete semplicemente sapere quanto sia ''patetico'' o involontariamente comico un film fate riferimento a questo dato.
2) VOTO NOIA: abbiamo scoperto nella nostra esperienza che la noia è un elemento ricorrente (ed estremamente fastidioso) di questo genere di film. Più è alto il valore più bisogna avere le palle di ferro per poterlo sostenere
3) RIDICOLAGGINE DEGLI EFFETTI SPECIALI: non credo servano particolari spiegazioni.
4) PRESUNZIONE DELLA REGIA: In molti casi i registi sono ben consci di star girando una puttanata clamorosa, e quinidi tendono a prendersi in giro da soli.. ma ci sono altri registi che invece sono fermamente convinti che il loro film sia una specie di capolavoro visionario low-budget, e spesso sono proprio questi i più grandi capolavori del trash. più è alto il valore più il film ''se la crede''.
5) INCOMPETENZA DEGLI ATTORI: inutile dare un voto alle abilità degli attori in questo genere di film, abbiamo ritenuto più funzionale dare una valutazione di quanto gli attori siano cani