Di Ken Dixon. Con Elizabeth Cayton, Cindy Beal, Don Scribner, Carl Horner. USA / 1987 / TITAN PRODUCTIONS
Ebbene sì, cari amici, il Vostro Vidur ci è cascato di nuovo. Il titolo sollucheroso, una locandina spettacolare, quella bizzarra commistione tra fantascienza ed erotismo che solo gli anni '80 potevano vantare, mi hanno attratto come un marinaio viene attratto dal canto delle sirene.
E in realtà, questa volta, il tutto non si è concluso con un naufragio, ma con un placido attracco al molo. Slave Girls (From Infinity Beyond) infatti non mente e non tradisce le attese: ti aspetti ragazze discinte e ci sono eccome. Le due protagoniste, Elizabeth Cayton alias Daria e Cindy Beal alias Tisa, sono due gran pezzi di figliole che passano il 99% del film indossando minuscoli bikini di finta pelle di cammello, sexy lingerie di seta oppure nessuna delle due cose.
Per il resto si tratta di un film di fantascienza piuttosto canonico, con alcune idee valide affossate però da un'evidentissima povertà di budget, da una colonna sonora totalmente inadatta e da alcune difficoltà produttive. Nel ruolo principale infatti era stata scritturata originariamente Ginger Lynn, un'attrice pornografica che però venne licenziata dopo tre giorni di riprese, con l'ovvia conseguenza di riduzione di tempo e di aumento dei costi.
Fatto sta che tutto quello che accade è totalmente decontestualizzato. Non abbiamo idea di chi siano Daria e Tisa, da dove vengano, cosa facciano, perché lo facciano e pure che rapporto c'è tra loro. Sono sorelle, amiche, compagne? Sono soldatesse, mercenarie, guerriere, scienziate, cameriere, cittadine della galassia? E perché e da chi vengono rapite all'injzio del film? E perché girano la galassia in bikini di pelle di cammello? E perché i due soldati incaricati di sorvegliarle quando salgono sull'astronave non cercano di fermarle e si dicono solo "Vabbè, troppo tardi", quando sono là a 10 metri?
Non si sa, però dopo essere fuggite dai due soldati più ebeti dell'universo, le nostre due eroine finiscono dalla padella alla brace, infatti precipitano sul pianeta del fratello segreto di Christian Bale, perché chiaramente quest'uomo è il fratello segreto di Christian Bale.
Ci vuole poco per capire che il fratello segreto di Christian Bale è un sadico a cui piace cacciare gli essere umani e spassarsela con le pulzelle che hanno la sventura di passargli fra le mani.
Notevoli i due androidi camerieri del fratello segreto di Christian Bale. Uno si fa pure sedurre da una delle due ragazze, perché si sa, anche agli androidi piace la gnagna e poi battibecca con l'altro manco fossero Stanlio e Ollio.
Il finale con un Predator dei poveri che sparisce in un globo blu quando viene colpito e la fuga dell'ultimo minuto prima dell'esplosione del pianeta costituisce quanto di più classico in opere di questa risma, che ha pure il buon cuore di durare meno di un'ora e un quarto.
Slave Girls vanta un vero e proprio parterre de roi, a giudicare dai curriculum. Il regista Ken Dixon ha diretto ben due lungometraggi oltre a quello in oggetto: Afrika Erotika e Zombiethon, senza contare TheBest of Sex and Violence e Filmgore che sono solo raccolte di clip di altri film. Però.
Cindy Beal vanta un altro credito e il doppiaggio di una serie di Dragon Ball, mentre Elizabeth Cayton (o Kaitan, a seconda del film) assomma una serie di B movie che farebbe invidia a Donald Pleasance. Il fratello segreto di Christian Bale che, essendo il fratello segreto di Christian Bale è pure bravino, si è fatto una rispettabile carriera nell'underground e pure la composizione di qualche colonna sonora.
Vabè, concludo che questa recensione sta diventano più lunga delle sceneggiatura del film stesso. Guardatelo, se avete 94 minuti da buttare e se...no, niente, basta.
Di Tonino Ricci. Con Alan Steel (Sergio Ciani), Cris Huerta, Victoria Abril, Iwao Yoshioka, Eduardo Fajardo, Rafael Abaicìn.
ITALIA-SPAGNA / 1976 / Arco-Films
"C'erano un tempo e ci sono anche adesso, benchè l'aspetto non sia più lo stesso, potentissimi e ricchi signori che seminavano ingiustizie e terrori. Ma Robin Hood, con freccia tagliente, li combatteva aiutato dalla gente, e i prepotenti non ridevano più quando dovevano andare... a fare in cù. Come centrino poi fagioli e karatè... è una sorpresa e lo vedrai da te!"
Per voi inurbani ecco la parafrasi di questo gaio sonetto in rima baciata con cui gli sceneggiatori ci augurano una buona visione: questo film su Robin Hood fa un sacco ridere perchè ci sono delle esilaranti battute volgarotte. I fagioli e il karatè non centrano un cazzo ma ce li abbiamo messi lo stesso. Visto? Poi dicono che il liceo classico non serve a nulla...
Il malvagio ed effemminato barone di Nottingham (ma non era lo sceriffo? vabè...) come da tradizione letteraria odia il popolo ed è assetato di potere. Cotanta è la sua prepotenza da voler catturare e uccidere il beneamato duca Alan che a buon diritto reclama la contea di Nottingham. Robin Hood, quasi per caso, incontrerà e salverà la sorella di Alan e pur di scoparsela cercherà un modo per liberare il duca con l'aiuto della sua banda di bricconi. Tanto notevole quanto immotivato il fatto che in questa allegra compagnia di ribaldi sia presente tale Fra' Moikako, un sedicente monaco cappuccino giapponese esperto di arti marziali ed amico di Frate Tuck. Siamo alla metà degli anni '70 e il Duo Padano cantava "Il pianto di Zambo", quindi aspettiamoci per lo meno che il buon frate del Cipango parli come nelle barzellette in cui viene rappresentato un orientale, cercando di costruire frasi con il maggior numero di "erre" possibile al fine di risultare comico. Guadagniamo costui, perdiamo personaggi fondamentali per le vicende di Robin Hood come Little John e Lady Marian dei quali nell'epopea di Tonino Ricci non vi è alcuna traccia. Tra assalti nella foresta più spoglia ed arida che io ricordi, tornei di tiro con l'arco volti a scovare Robin Hood (Si, proprio come nel cartone animato Disney uscito tre anni prima), grandi mangiate nobilitate da squassanti rutti, risse e battute non divertenti, l'annoiato spettatore verrà trascinato stancamente verso l'epilogo scontato nonché sull'orlo della depressione reattiva.
"Mi scusi, vuole sedersi?"
Quasi tre lustri prima di Mel Brooks e del suo "Robin Hood: Men in Tights", il bel paese decide di rivisitare in chiave comica la storia del più famoso arciere del mondo. Un ormai attempato Alan Steel, veterano dei vari Maciste, Sansone, Ursus ed Ercole, mette la tunica in naftalina per indossare la calzamaglia verde (e la cravatta da sceneggiatore!) e partecipa attivamente alla nascita di questo incommentabile guazzabuglio. Non è chiaro se il film debba essere una commedia, un'avventura o qualunque cosa ci sia in mezzo. Un bel minestrone che cerca di unire i generi più in voga degli anni '70, ovvero il film-scazzottata alla Bud Spencer e Terence Hill, la commedia quella di bassissima lega e il filone della cinematografia di Bruce Lee. Quello che è certo è che fallisce su tutta la linea. Il buon Sergio Ciani è vecchio e si vede, benchè cerchi di nascondere le rughe con un ridicolo pizzetto color platino. L'idea di infilare un karateka in un film su Robin Hood è assurda di per sè, ma vale la pena spendere due parole sull'interprete Iwao Yoshioka, esperto di arti marziali che ha costruito tutta la sua carriera cinematografica in Italia, inclusa la celebre miniserie "Sandokan" con il magnetico Kabir Bedi. Yoshioka aveva già distribuito qualche calcio rotante due anni prima sempre sotto la direzione di Tonino Ricci nello spaghetti-western "Storia di karatè, pugni e fagioli". Un titolo praticamente identico a quello di cui stiamo parlando in questa sede e che ci fa intuire che Ricci avesse l'intenzione di creare una sorta di filone dedicato al cinema "di botte e fagioli", ambientando ogni film in un differente contesto. Ma gli dei del cinema sono talvolta giusti, e a quanto pare l'orrida saga si è fermata solo a due lungometraggi.
"Plego, libelale me, io pligionielo"
Dal momento che il film è stato girato in Spagna e per di più in estate, assisteremo inoltre alla più patetica e sciatta foresta di Sherwood mai rappresentata nella storia del cinema, con tanto di macchia mediterranea, alberi radissimi, gran polveroni e sole che spacca le pietre. Recitazione assurda, ben oltre la commedia dell'arte, quasi da teatro Kabuki, tanto esasperate ed esagerate sono le espressioni degli attori. Non mancano gli effetti sonori da cartone animato aggiunti in post produzione per un sicuro effetto comico (avete presente? fiiiiiiiiiiuuuu, quaquaquaquaaaa, bonk, boing boing...). Inutile dire che se scopri di aver bisogno di faccette, boccacce e degli effetti sonori buffi, vuol dire che la scena in sè non fa ridere e stai perdendo in partenza. Si salva forse la performance seppur caricaturale di Cris Huerta (Fra' Tuck), ben noto caratterista spagnolo che appare in numerose produzioni, soprattutto western. Interessante il cammeo a fine film della "gigantessa" Francesca Romana Coluzzi, che giusto prima dei titoli di coda darà una ripassata a tutta la banda, cinesino incluso. Per il resto, ridatemi Franco e Ciccio. E di corsa.
Ah, la ridente ed impenetrabile foresta di Sherwood
Taluni narrano addirittura che il film sia inedito in Italia. Quel che è certo è che in Spagna gode di un vasta ed immotivata popolarità. Jajajaja! Que divertido! En passant, in Spagna il film si intitola "...Y le llamaban Robin Hood", ovvero "...Lo chiamavano Robin Hood". Furbacchioni!
Recensito da: Imrahil
TRASH: 82/100 Noia: 78/100 Ridicolaggine degli effetti speciali: 74/100 Presunzione della regia: 16/100 Incompetenza degli attori: 81/100
SE TI PIACE GUARDA ANCHE: fatti un favore e guarda "Robin Hood - Un uomo in calzamaglia"
Di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (Radio Silence). Con Courteney Cox, Melissa Barrera, Jenna Ortega, Dermot Mulroney. 2023 / USA / Paramount Pictures
Con lo Scream uscito l'anno scorso, i Radio Silence raccoglievano l'eredità di Wes Craven dando vita a un requel (definizione di Mindy) che fungesse da ponte col passato ma guardando al futuro. I temi erano gli stessi dei suoi quattro predecessori, aggiornati al gusto moderno, e la follia degli assassini era sempre, in qualche modo, legata all'horror e alle sue regole, in un continuo gioco metacinematografico di eventi "reali", film "fasulli" e la vaga, rassegnata consapevolezza dei personaggi di essere dei cliché da slasher, trattati come tali da un killer senza volto ma dalle grandi ambizioni.
Con Scream VI i Radio Silence si staccano dal passato senza lasciarlo andare del tutto e cominciano a creare una propria mitologia, un proprio studio sui personaggi di Sam e Tara, le vere eredi di quella Sidney che (non è uno spoiler, lo si sapeva da un anno) è la grande assente di questo capitolo. I tempi sono cambiati, ed è cambiato non solo il modo di affrontare i traumi ma anche la sensibilità della società: se Sidney, nel secondo Scream, cercava attivamente di rifarsi una vita coccolata dagli amici rimasti e da un nuovo amore, "pulita" e credibile nel suo ruolo di vittima o sopravvissuta, Sam è costretta ad affrontare una gogna mediatica legata alle sue radici, cosa che le impedisce ulteriormente di fidarsi delle persone e che inficia il suo rapporto con Tara, la quale, dal canto suo, vorrebbe solamente tornare a vivere un'esistenza normale.
Questo studio sulle due protagoniste, già cominciato in Scream, ce le rende familiari e simpatiche, e lo stesso vale per Mindy e Chad, il che consente allo spettatore di interessarsi alle loro vicende come fossero quelle dei vecchi personaggi titolari, tanto che il ritorno di un paio di volti noti viene vissuto come una piacevole aggiunta, non come LA cosa fondamentale, a dimostrazione che il franchise è ormai in grado di camminare sulle sue gambe.
Il "manifesto programmatico" del nuovo corso di Scream, se così si può chiamare, viene enunciato senza possibilità di errore nell'esatto momento in cui il nuovo Ghostface manda al diavolo i film horror, lasciando lo spettatore e Mindy (pur inconsapevolmente) con un palmo di naso, in quanto, potete ben capirlo, non ci sono più regole tranne quelle dettate da un assassino che non necessariamente agirà come pensiamo o come siamo abituati. Per questo, Scream IV è forse ancora più spassoso da seguire rispetto ai suoi predecessori, è più divertente perdersi nelle elucubrazioni di chi si possa nascondere dietro la maschera di Ghostface, confrontandosi con i compagni di visione sulle teorie più strampalate (se avete già visto il film, se volete, ne possiamo parlare nei commenti, vi farete delle grassissime risate), ma è anche più insidioso ed inquietante, proprio per la costante atmosfera di incertezza e diffidenza che stringe alla gola Sam, forse ancora più di Sidney.
È anche, diciamolo tranquillamente, molto più sanguinoso ed efferato dei precedenti. I Radio Silence vengono da quei bagni di sangue che sono Southbound e Finché morte non ci separi e il loro stile dinamico e cattivissimo riverbera nella mano del nuovo Ghostface, il quale non disdegna modi assai creativi e dolorosi di nuocere al prossimo; ci sono poi due o tre sequenze esaltantissime che mostrano tutta l'abilità dei Radio Silence come registi, nella fattispecie una delle scene iniziali più interessanti e divertenti di tutta la saga, tre sequenze incredibilmente dinamiche girate all'interno di luoghi chiusi o ristretti, e uno showdown finale ambientato in quello che penso sia uno dei set più belli del mondo. Se ancora non vi basta, potete confidare anche in un paio di momenti di pura commozione, tra sentiti (e mai inutili) omaggi ai personaggi che abbiamo sempre amato e stralci di una colonna sonora ormai consacrata a mito, che già mi emozionava durante i rewatch post 1996, figuriamoci dopo il 2023 d.L..
Di più non posso dire senza fare spoiler, mi dispiace. Correte al cinema a vedere Scream VI e preparatevi, che il VII è già lì che vi sta sulle spalle a mo' di carogna e io non vedo l'ora!!
Di Gabriel Bartalos. Con Les Pollack, Aaron Sims, Kurt Carley, Karoline Brandt, Linda Weinrib, Liz Little, Warwick Davis, Jason Dugre. USA / 2004 / Center Ring Entertainment
La fastidiosa famiglia Rockwell (composta dai quattro membri più stereotipati della storia del cinema, ovvero padre bambascione, madre ridanciana e un po' civettuola, ragazzina adolescente dito in culo e ragazzino preadolescente petulante) sta facendo una rilassante vacanza nel countryside americano col loro bel furgoncino quando ad un tratto forano uno pneumatico. Papà raggiunge una sottospecie di bar in mezzo al nulla dove viene accolto da una amabile vecchietta che invita lui e il suo seguito a cena, adducendo come scusa il fatto che, nonostante sia il pieno pomeriggio di un normalissimo giorno feriale, "non troverà mai un gommista aperto".
Ovviamente il padre, essendo bambascione, accetta di buon grado e trascinerà la sua famiglia ad una sorta di freak show e gli verrà offerta per cena della carne cruda di dubbia provenienza. Fin qui a quanto pare tutto a posto, del resto sembrano così carini: c'è la dolce nonnina, un nano con la camicia di forza e un fetish per i piatti (interpretato peraltro dal grandissimo Warwick Davis, ben noto caratterista affetto da nanismo con diversi blockbusters all'attivo), un ragazzo con un testicolo gigante al posto della testa e un tizio che indossa come maschera la faccia di un altro tizio morto di recente. Direi nulla di sospetto, non trovate? Ad un tratto però mamma ridanciana, tra un piedino e un occhiolino in direzione del tizio che sta indossando la faccia del tizio morto, ha una splendida idea: "Facciamo una bella foto!" Purtroppo al suo flirt pare non piacciano i flash, quindi in tutta risposta taglierà la gola a tutta la famiglia.
L'uomo-coglione
Con poco entusiasmo mi accingo a vedere questo slasherino misto horror senza troppe pretese, che si rivelerà essere una vera e propria stronzata col botto e i fuochi d'artificio! Pur partendo in sordina infatti si rivela un crescendo di trovate bislacche e risibili che lasceranno lo spettatore tra l'interdetto e lo stupefatto. Il film oggettivamente non si prende mai sul serio, la trama è completamente inconsistente e chiaramente ispirata rubata a "Non aprite quella porta". Il film è stato girato con il risicato budget di 600.000 dollari ed è integralmente uscito dalla mente malata di Gabe Bartalos, grandissimo appassionato di film slasher di questa sorta e che semplicemente "voleva farne uno anche lui". Lui ha realizzato il suo sogno, io no.
Warwick Davis nei panni del nano psicopatico Plates
[SPOILER]
Alla fine viene fuori che il tizio con il coglione al posto della testa, che paradossalmente è il più normale di tutti, si è innamorato della ragazzina, Tina, e chiede alla nonna se può tenerla in vita per lui. Lei accetta, ed è l'unico motivo per cui il film non si conclude dopo 20 minuti. Approfittando della sezione spoiler penso che inserirò qui in ordine un po' sparso le stronzate megagalattiche che mi sono dovuto sorbire (più che volentieri, invero).
1) Il ragazzino petulante sembra quasi avercela fatta a scappare dalla casa e si avventura nel bosco, ma verrà raggiunto dall'assassino che potete contemplare nella locandina del film. Costui muoverà il suo ridicolo coltello nell'aria, alla Goemon di Lupin. il ragazzino dirà "Ah! mi hai mancato! gne gne gne!" dopo di che si dividerà a metà in verticale da testa a palle. Groovy.
2) Scopriremo che il coglione che ha in testa il ragazzo pseudo-buono è in realtà un enorme cervello. E lui si chiama Brian. Capito? Brain - Brian.. eheheh.. vabè. Il nostro Brian sarà protagonista di una scena assurda, evitabile e totalmente inutile ai fini della trama nella quale l'attore Jason Dugre correrà completamente nudo per le strade di New York. La scena è stata girata realmente e senza ausilio di alcun effetto speciale o green screen, tanto che sia lui che il regista sono stati denunciati e addirittura brevemente arrestati per questo. Ma perchè?
La scena incriminata
3) Tina, non riuscendo a sottrarre Brian alla morsa della sua famiglia alla fine esasperata gli stapperà un pezzo di cervello e mentre il povero Brian rantola come un animale la sua testa si aprirà come una macabro fiore e usciranno dei cubi di legno con le lettere (sapete, quelli dei bambini) che, nel peggior stop motion che io ricordi di aver mai visto, si spargeranno sul pavimento componendo la parola "LOVE". La ragazza li calpesterà e una volta alzato il piede scopriremo che la scritta sotto la suola della nostra protagonista è diventata "HATE". Profondissimo. Credo.
4) Durante lo svolgimento dell'intreccio capiterà che un club di motociclisti della terza età entri in conflitto con questa stramba famiglia di assassini. In questo frangente vedremo una stupenda sequenza nella quale assisteremo ad una rissa tra il nano Plates e un ottuagenario con una protesi alla gamba. Spoiler nello spoiler, il vecchio zoppo sconfiggerà il povero nano e gli strapperà la testa a mani nude, calciandola successivamente al di là della recinzione in una metaforica trasformazione del football americano. Pura poesia su celluloide.
The King of Iron Fist Tournament...
5) Memorabile il finale in cui Tina troverà nei mutandoni del "Creatore" (un vanesio culturista senza testa che dovrebbe essere il vero capo di questa mostruosa famiglia) dei pratici candelotti di dinamite con tanto di detonatore manco fossimo in un cartone con Bugs Bunny e Taddeo. Con questo espediente alla Looney Tunes la ragazza riuscirà a fuggire dalla casa facendo esplodere tutto.
Il Creatore, nel caso qualcuno non l'avesse capito...
6) Al vero e proprio epilogo la ragazzina, riuscirà a raggiungere l'ufficio dello sceriffo, che ovviamente si rivelerà colluso con la famiglia di assassini. Resasi conto di ciò, la ragazza comincerà ad urlare mentre la sequenza si spegne ed iniziano i titoli di coda. Ecco, non c'è nessuna musica, nessuna canzone ad accompagnarci durante i credits, saremo accompagnati dalle strazianti urla di Tina per tutta la durata dei titoli. Angosciante è dir poco, un vero tocco di classe
[FINE SPOILER]
Il film pur essendo del 2004 è stato interamente ripreso su pellicola 16 mm, quindi sembra che sia stato girato negli anni '80. Due parole sulla localizzazione italiana: doppiaggio osceno ed al limite del parodistico, non saprei dire tuttavia se l'effetto fosse voluto o meno. Discutibile inoltre la scelta del titolo "Scannati Vivi", che è una ovvietà (per essere scannato devi prima ovviamente essere vivo) probabilmente scelto al solo fine di mantenere l'assonanza con la parola Skinned, che tuttavia come sappiamo significa "spellato".
In generale comunque una visione piacevole da fare in compagnia, senza prendere il film troppo sul serio. Può regalare profonde e gutturali risate, che probabilmente aumentano esponenzialmente con l'utilizzo di alcol e/o altre sostanze psicoattive. Quasi imperdibile.
Segnaliamo un cammeo del grande collezionista e autore di fantascienza Forrest J. Ackermann, che impersona uno dei vecchietti che compongono la gang di motociclisti.
Recensito da: Imrahil
TRASH: 88/100 Noia: 67/100 Ridicolaggine degli effetti speciali: 86/100 Presunzione della regia: 18/100 Incompetenza degli attori: 83/100
SE TI PIACE GUARDA ANCHE: Un qualsiasi film della Troma Entertainment
Di Giuliano Carnimeo. Con Paul Smith, Antonio Cantafora, Dominic Barto, Giuliana Calandra, Ángel del Pozo, Mario Brega, Francisco Merino. ITA-SPA / 1975 / Produzioni Atlas
Ragazzi, ma quanto ci mancano gli anni '70? Beh a me in realtà non più di tanto, non fosse altro perché non ho avuto modo di viverli, ma che turbinio di emozioni quando li vedo rappresentati su pellicola! Tra i personaggi più iconici di questa stagione cinematografica di certo non possiamo dimenticarci di citare la super coppia protagonista di decine di scazzottate nelle più svariate ambientazioni: Bud Spencer e Terence Hill! Due personaggi talmente iconici da aver di fatto creato attorno alle loro figure un genere a sé. Genere che, se vogliamo, rientra pienamente nello spirito dei "B-Movie" ma che ha riscontrato un tale successo e un tale apprezzamento anche fuori dal territorio nazionale (amatissimi soprattutto in Germania) che davvero sarebbe assurdo vedere "Chi trova un amico trova un tesoro" o "...Altrimenti ci arrabbiamo!" recensito qui su Pellicole dall'Abisso. Farebbe storcere il naso tanto voi quanto a noi, cari lettori.
Tutto questo successo, essendo stato praticamente istantaneo, ha tuttavia prodotto il più classico degli effetti collaterali: l'emulazione! ma che dico emulazione... l'imitazione! Ma che dico imitazione... La copia carbone!
Nascono così dal concept del regista Mauro Bolognini ben sei lungometraggi con protagonisti tali Simone (Paul Smith) e Matteo (Antonio Cantafora, accreditato come Michael Coby): la versione Asylum ante-litteram di Bud Spencer e Terence Hill!
Recensisco questo insipido "Simone e Matteo - Un gioco da ragazzi" a titolo esemplificativo per l'intero filone, per il semplice motivo che è l'unico che ho visto. E no, non penso ne vedrò altri.
Che amarezza..
LA TRAMA
Due spiantati ladruncoli di strada allergici al lavoro accettano di trasportare un camion carico di insetticida da Milano (credo) a Marsiglia. La paga è oggettivamente molto allettante per un lavoro tutto sommato semplice: il "gioco da ragazzi" del titolo. Ma ovviamente visto che al mondo non ti regala niente nessuno scopriremo che dietro a questo apparentemente innocuo carico c'è ben altro: armi per qualche famiglia mafiosa d'oltralpe! Sfruttando l'espediente comico tutto sommato banale del protagonista inconsapevole la vicenda si dipanerà tra inseguimenti fraintesi, qualche interminabile scazzottata e un breve siparietto amoroso.
Il film è in fin dei conti inoffensivo e quasi guardabile, quello che davvero manca è il mordente. Battute e situazioni sono tirate per le lunghe al limite dell'intollerabile, la trama è inconsistente, dialoghi e sceneggiatura sono banalotti, l'interpretazione da parte dei personaggi è quanto meno approssimativa. Del resto è praticamente impossibile sostituire il carisma di due mostri sacri come Bud e Terence. La cosa davvero straordinaria e decisamente da segnalare è la quasi maniacale ricerca da parte del regista e della produzione di ricreare un clone perfetto. Riprese, dialoghi, situazioni. Tutto il possibile.
Per dire l'attenzione al dettaglio, gli attori scritturati per i ruoli secondari sono tutti personaggi ben riconoscibili di altri film con i veri Bud Spencer e Terence Hill. Per doppiare Paul Smith e Michael Coby vennero ingaggiati Glauco Onorato e Pino Locchi, ovvero i due doppiatori della ben più famosa coppia emulata. La colonna sonora è di un complesso sconosciuto che si fa chiamare Juniper; poi vai a controllare bene e viene fuori che altri non sono che Guido e Maurizio De Angelis, ovvero gli Oliver Onions. C'è cura e attenzione. Quasi autismo.
Insomma questo film non è la copia cinese malfatta di un prodotto, è la cialda compatibile Nespresso.
Funziona? Si (più o meno).
Costa di meno? Si.
È più buona? No.
Alla lunga ti rompe la macchinetta i coglioni? Si.
Il problema è che se questa logica, che applicata ad un prodotto può avere senso, la applichiamo ad una produzione artistica non può funzionare, perché il prezzo del biglietto del cinema è lo stesso sia per il film originale che per la sua brutta copia. Quindi visto che io spettatore non ho alcun vantaggio economico, perché dovrei scegliere il prodotto più scadente?
Beh, la risposta è semplice, non lo farebbe nessuno. Ma a tutto c'è una soluzione: basta truffare il pubblico! Ad esempio in Francia il film "Carambola" (il primo e forse il più celebre dei film con Simone e Matteo) venne distribuito con il titolo guascone di "Il mio nome è Trinità" sperando che qualche allocco mangia rane pensasse di andare a vedersi un sequel di "Lo chiamavano Trinità...". Anche i nostri non particolarmente svegli amici tedeschi ci siano cascati: sembra infatti che in un cinema in Germania ci sia stata addirittura una specie di rivolta che ha portato alla distruzione della sala quando gli spettatori, attirati da una fallace locandina, si accorsero che non stavano affatto assistendo ad un film con Bud Spencer e Terence Hill. Una volta usciti dal cinema hanno poi rivendicato Danzica e invaso la Polonia.
Recensito da: Imrahil
TRASH: 68/100
Noia: 86/100
Ridicolaggine degli Effetti Speciali: 46/100
Presunzione della Regia: 12/100
Incompetenza degli Attori: 72/100
Non perdetevi questo esilarante spezzone con Ennio Antonelli che parla in polacco invece che in romanaccio
SE TI PIACE GUARDA ANCHE: Vorrei dirvi un film di Bud Specer e Terence Hill. Anzi, guardate quelli al posto di questo.
Di Lawrence Guterman. Con Jamie Kennedy, Alan Cumming, Ryan Falconer, Bob Hoskins, Traylor Howard, Ben Stein, Peter Flett, Kal Penn.
USA 2005 New Line Cinema
Al settimo posto tra i film più visti di Netflix questa settimana in Italia, non ho potuto non cogliere l'occasione di gettarmi su questo sequel, uscito dieci anni dopo il grande successo del primo capitolo datato 1994 che aveva visto come protagonista Jim Carrey nel ruolo del simpatico e trasformista Stanley Ipkiss. Pur sapendo dell'esistenza del titolo ed essendo a conoscenza del fatto che si tratti di uno dei peggiori sequel mai realizzati della storia del cinema non mi era mai capitato di ritrovarmelo davanti. Perciò... andiamo!
Questo secondo capitolo non vede la partecipazione dell'attore canadese, ma di un altro comico, Jamie Kennedy, che si cala nei panni di Tim Avery, un aspirante fumettista che un giorno trova una maschera magica capace di trasformarlo in un buffo personaggio verde. La trama di "The Mask 2" è banale e prevedibile quanto una puntata di "Pingu". Tim Avery, il protagonista, è un fumettista alle prime armi, invidioso del successo del suo capo. Un giorno, però, il suo cane trova una misteriosa maschera capace di trasformarlo in un buffo personaggio verde con poteri magici e la faccia verde. Non passa molto tempo prima che Tim inizi a divertirsi con la sua nuova identità, ma ben presto scopre che la maschera ha una vita propria e che niente popò di meno che Loki (Alan Cunning), il dio degli inganni e dei sotterfugi è alla sua ricerca. Come avrete notato la trama del film è fondamentalmente una ripetizione della prima pellicola: un uomo insicuro trova una maschera magica che gli dà poteri straordinari. Peccato solo che in questo caso, però, l'uomo in questione è Jamie Kennedy che alla sua prima prova nel cinema che conta dimostra di non valere un unghia di Jim Carrey.
Buongiornissimo! Caffè???
[Spoiler non tanto spoiler]
Tornato dal party aziendale di Halloween Tim, che aveva indossato la maschera perchè "non aveva altro da mettersi", copulerà furiosamente con sua moglie la quale sospettosamente non sembra particolarmente sconvolta da trovarsi nel letto uno sconosciuto con una maschera verde. Da questa Santa unione nascerà un insopportabile bambino in cgi con i poteri della maschera. Le dinamiche padre normale/sfigato-figlio con superpoteri dovrebbe far molto ridere nella visione dei produttori ma l'amara realtà è che è solo estremamente cringe.
[FINE SPOILER]
"The Mask 2" è un film deludente sempre e imbarazzante a larghi tratti, sia dal punto di vista della trama, che della sceneggiatura, che dell'interpretazione degli attori. Jamie Kennedy, che qui interpreta il protagonista, non riesce a reggere il confronto con Jim Carrey, che nel primo film era riuscito a creare un personaggio iconico e divertente. La sua interpretazione è piatta e poco coinvolgente, e non riesce neanche per un secondo a farci simpatizzare per il suo personaggio.
Il film è clone imperfetto dell'originale, con una trama ripetitiva e poco ispirata. Jamie Kennedy non è in grado di reggere il film come Jim Carrey ha fatto nel primo, e sembra spaesato in ogni scena. Anche Alan Cumming sembra fuori luogo, e i suoi tentativi di fare ridere cadono spesso nel vuoto.
Nonostante la scarsa qualità del film, ha comunque guadagnato più di 57 milioni di dollari al botteghino. Sono decisamente troppi, ma il potere del marchio "The Mask" ha evidentemente attirato il pubblico, o forse erano solo curiosi di vedere come avrebbe funzionato un sequel dopo tutti questi anni. In ogni caso, i soldi che ha incassato non possono nascondere la verità: "The Mask 2" fa schifo. Ed in ogni caso non sono sufficienti a ripagare le spese di realizzazione.
AHAHAHAHA NO VABE'. (ti pareva che il cane del cazzo non si mettesse la maschera?)
Se siete fan della prima pellicola, non vi aspettate chissà che dal sequel. Non riuscirete a trovare nulla di simile o anche lontanamente vicino a ciò che aveva reso il primo film un vero e proprio classico. Preparatevi piuttosto ad amareggiarvi. Non vale la pena di vedere "The Mask 2" nemmeno per un bambino, target di riferimento per questa produzione visto il piglio decisamente più infantile rispetto al predecessore. Il film è solo un brutto ricordo di ciò che era stato un grande successo. La morale della storia? Non tutti i sequel sono uguali e spesso i vecchi classici dovrebbero essere lasciati tranquilli. Una lezione che la Disney non ha ancora imparato. Su Imdb Il figlio di the Mask ha una valutazione di 2.2. Per dire, Bloody Psycho di Leandro Lucchetti è a 3,5.
Il povero Jaime Kennedy dopo la sua pessima prova come protagonista di questo film non riuscirà mai più a tornare alla ribalta, relegato in piccole particine di film mediocri. Del resto l'attore che offre la prova migliore dell'intera produzione è Otis, il piccolo Jack Russel ammaestrato. Davvero notevole.
"And the academy award for best supporting actor goes to..."
Trivia non richiesto e che non centra quasi un cazzo: Ma lo sapevate che Jim Carrey nel primo film dice "Sfumeggiante" e non "Spumeggiante"? No perchè io l'ho scoperto tipo un anno fa alla veneranda età di 36 anni. Ok, scusate, me ne vado.
Domanda non richiesta e che non centra quasi un cazzo: Ma come potrà mai essere stata l'infanzia di un ragazzino di 13 anni che si chiama quasi letteralmente "Alan Sborrando"?
Di Martin McDonagh. Con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Kerry Condon, Barry Keonagh. Irlanda - Regno Unito - USA / 2023 / Serchlight Pictures
Assoluto outsider, nonché quasi un unicum nella cinematografia mainstream moderna, la nuova opera di Martin McDonagh è un film destinato a mietere premi (candidato a 9 Oscar!), strappare consensi dalla critica e a, quasi fisiologicamente, dividere i gusti del pubblico.
McDonagh aveva già fatto il botto con l’eccellente Tre manifesti a Ebbing, Missouri, dopo un paio di cult passati sottotraccia come In Bruges e 7 Psicopatici, e si conferma essere uno degli autori più coraggiosi e fuori dagli schemi di questi disgraziati decenni.
Gli Spiriti dell’Isola narra una storia apparentemente semplice, se vogliamo banale, di un’amicizia che si interrompe all’improvviso e senza una spiegazione. Il vecchio e introspettivo Colm, un violinista, decide infatti, da un giorno all’altro, di non parlare più al suo migliore amico, Padraic, un allevatore tanto puro di cuore quanto povero di ingegno. Le conseguenze del gesto di Colm saranno terribili e imprevedibili, accentuate dal fatto che il tutto si svolge in una piccola isola (di fantasia) al largo della costa irlandese, ai tempi della guerra civile.
Dramma con tante punte ironiche, basato quasi esclusivamente sui dialoghi, Gli Spiriti dell’Isola, si presenta come un film concettuale, in cui le dinamiche che coinvolgono lo stolido ma gentile Padraic e il profondo ma spocchioso Colm, fanno da specchio a molteplici interpretazioni. Si può passare da una metafora dei conflitti tra gli uomini che nascono per motivi futili per poi trasformarsi in guerre fratricide, ad una sorta di coming of age del protagonista -costretto a crescere e a mettersi in discussione per la prima volta nella vita- o ad una contrapposizione di approccio all’esistenza stessa, fino ad arrivare ad una riflessione più terrena sul tema dell'amicizia. Quale che sia il significato che aveva in mente il regista, lo scopo di far nascere nello spettatore più di una riflessione è sicuramente riuscito, così com’è riuscito a rendere interessante una trama teoricamente esile, ma in realtà molto potente.
Certo, non si tratta di un film per tutti: alcuni lo troveranno incredibilmente noioso e senza senso e, d’altronde io stesso, al termine della visione ho provato una certa sensazione di frustrazione per la mancanza del cosiddetto “payoff”, forse retaggio di un cinema che vuole spesso e volentieri un finale netto e definito.
Dove Gli Spiriti dell’Isola vince a mani basse è in tutto il resto: l’interpretazione dei due protagonisti, Colin Farrell e Brendan Gleeson (padre di Domnhall) è veramente di altissimo livello e se il buon Colin si aggiudicasse davvero l’Oscar non ci sarebbe nulla da dire. Fantastici anche i comprimari, in particolare la sorella di Padraic, Kerry Condon, e “lo scemo del villaggio”, Dominic, quel Barry Keoghan che aveva già lavorato con Colin Farrell ne Il Sacrificio del Cervo Sacro di Lanthimos.
A livello visivo, il film è un capolavoro senza se senza ma: la maestosa bellezza dei classici paesaggi irlandesi viene immortalata da una fotografia gelida e spietata che fa trasparire tutta la disperazione e la solitudine di una comunità rassegnata ad una vita insignificante, in cui i pettegolezzi risultano l'unica forma di svago. È altresì evidente la grande attenzione ai dettagli, come i vestiti degli abitanti dell'isola (a quanto pare i maglioni di tutti i protagonisti sono stati tessuti a mano dallo stesso sarto) e ad un certo gusto per le inquadrature ad effetto, sempre piazzate per esaltare il momento e non per puro esibizionismo.
Un film d'autore ricercato e intelligente, splendidamente realizzato, magistralmente interpretato, ma anche di difficile lettura e assimilazione. Se vi piace il genere, buttatevi a capofitto, in caso contrario statene alla larga.
Di Jerry Dugan. Con Dolph Lundgren, Sara Malakul Lane, Lily Brooks O'Briant, Michael Aaron Milligan, Lance E. Nichols. USA / 2015 / Koch Media
Siamo sulle ridenti sponde del lago Tahoe, una mitologica landa d'oltre oceano nella quale gli abitanti un po' hanno il Moncler, il colbacco e si riscaldano al fuoco del camino della loro isba, un po' sono in costume da bagno a fare i party hard come quando la canicola più brutta della Florida attanaglia le sinuose membra dei giovani più pazzerelli. Clint (Dolph Lundgren) è una specie di bracconiere o comunque una personalità torbida che si occupa, per lo meno nei primi 5 minuti del film, di procurare animali esotici a ricchi committenti possibilmente mafiosi. Dopo aver abbandonato sua figlia di 3 anni in occasione dell'ultima consegna purtroppo viene arrestato dall'insopportabile poliziotta Meredith. La coraggiosa tutrice dell'ordine infatti, tra una battuta da strong female character e l'altra, sperona il furgone dell'inerme Clint che finisce nel lago, costringendo così il colosso scandinavo alla resa. Secondo voi che tipo di animale stava trasportando il buon vecchio Clint?
Passano 5 anni. Clint esce di galera, la bambina viene adottata dalla poliziotta ma soprattutto cominciano ad apparire qua e là cadaveri. Inizialmente si pensa che il responsabile di tali atrocità sia un orso, perchè giustamente che cazzo ci deve essere uno squalo in un lago e poi comunque è un cliché di genere, non si può certo deludere il raffinato palato del pubblico di Prime Video. Fortunatamente mentre Meredith si sta mangiando un panino con la sua non-figlia le attacca bottone un sedicente oceanologo che le dice "Mah, signora mia, mica crederà alla storia dell'orso, vero? Sono Oceanologo io!". Lei ovviamente non ci credeva già da prima (perchè in qualità di donna sapeva già tutto) ciononostante invece di dire a questo tal dottor Peter Mayes "E allora cosa cazzo ci fai qui in montagna visto il il mare più vicino è a 350 chilometri?" si fa raccontare la sua stramba teoria che ovviamente si rivelerà veritiera. Per provare questa tesi, il dottore si presenterà senza dire nulla a nessuno nell'ufficio dello sceriffo con un braccio mozzato in una borsa frigo. Sorprendentemente questa azione invece di portare il dottore al braccio della morte del carcere di San Quintino scatenerà una caccia allo squalo nella quale verrà coinvolta quasi tutta la popolazione della contea. Per usare un eufemismo i risultati saranno scarsi, anche perché si scoprirà che il mostro non è uno ma sono tre in quanto cinque anni prima lo squalo che è finito nel lago insieme a Dolph Lundgren era una femmina incinta di due bei gemellini.
Come abbiano fatto a sopravvivere degli squali in acqua dolce per cinque anni ce lo spiega il pedante dottor Meyers, che lui è oceanologo, e asserisce che lo Squalo Leuca può vivere in acqua dolce ed è altresì pericoloso per l'uomo. Wikipedia conferma, quindi chapeau per aver reso la cosa per lo meno plausibile.
Il Dottor Mayes pensa che si chiava e invece no
Di per sè questo Shark lake è pure godibile, ma se ne sono viste talmente tante di queste storie che alla fine il film è probabilmente recensibile da uno chiunque dei nostri lettori che semplicemente abbia letto la sinossi di imdb. Le emozioni sono tutto sommato pochine e gli espedienti non solo narrativi, ma anche realizzativi sanno molto di già visto. Come in tutti i film del genere ad esempio le dimensioni degli squali variano dai 4 metri a 50 centimetri a seconda delle necessità di scena, tanto che la prima vittima dello squalo viene uccisa mentre sta fondamentalmente facendo un pediluvio sulla riva del lago.
Carina l'idea un tantino canzonatoria e cattivella di inserire un personaggio volutamente stereotipato ispirato ai vari Bear Grylls che vorrebbe girare una puntata dell'equivalente di fantasia di "River Monsters" (guardatelo, è fichissimo) e viene ovviamente mangiato dagli squali mentre cerca di catturarli. Per il resto davvero pochino da dire. Certo, gli squali sono abbastanza buffi e fanno una sorta di marmellata di ciliegie quando riescono a brancare qualche sprovveduto natante ma tutto finisce lì. Tutto CGI e neanche un pupazzetto piccolo piccolo, mannaggia. Ma del resto siamo nel 2015.
Ok, questa mi ha fatto sorridere. Però anche questa scena già vista, no?
Ah, nonostante il faccione tumefatto di Dolph Lundgren occupi i tre quarti della locandina e che sia tipo l'unico attore accreditato nei titoli di testa vi posso assicurare che non comparirà a schermo per più di dieci minuti. Bella lì.
Questa copertina semi-ufficiale è molto più divertente (Ridiculous fun tua madre)
Attenzione! Attenzione! Si inaugura da oggi una lunga e proficua (forse) "collab", come dicono i giovani d'oggi, tra Pellicole dall'Abisso e la mitica Babol, dea ex machina di un blog molto migliore del nostro, ovvero, Il Bollalmanacco di Cinema, che molti di voi già conosceranno.
In questa nuova rubrica che sarà contrassegnata dall'elaborato banner, di cui sopra, concepito dal nostro team di designer dopo giorni di lavorazione, la nostra Babol ci delizierà con le sue recensioni di quello che più le aggrada o più probabilmente di quello che più ha sgradito, mentre noi potremo ogni tanto far riposare le nostre stanche pupille dallo sterco su celluloide per scrivere di qualche film non di merda. Ma non temete, ci sarà comunque letame per i nostri denti!
Di Julius Avery. Con Sylvester Stallone, Javon "Wanna Walton", Pilou Asbaek, Sophia Tatum. USA / 2022 / MGM
Non capisco se sono io ad essere
diventata una gigantesca spaccapalle o se i film fanno sempre più
pena, soprattutto quelli che approdano direttamente in streaming
(probabilmente la seconda che ho detto, visto quanto mi sono
divertita guardando Bullet Train, film che ha lasciato
parecchi spettatori tiepidi). Da Samaritan, per carità, non
mi aspettavo un capolavoro; il regista è quello di Overlord,
il protagonista è Sylvester Stallone che fa l'ex supereroe in
pensione, costretto a tornare in pista quando la città dove vive
diventa teatro di attentati terroristici, al massimo credevo mi sarei
divertita parecchio con una serata a base di tamarrate assortite.
Purtroppo, Samaritan ha un enorme difetto, ovvero quello di
avere qualche ottima idea a livello di scrittura, che viene
prontamente fiaccata da banalità e sciatteria non solo per quanto
riguarda la trama, ma anche per la regia e gli effetti speciali. Il
film, infatti, veicola un paio di riflessioni interessanti sulla
natura del male, che non è mai nero al 100% ma potrebbe anche essere
grigio, dipende dai punti di vista; in una città come quella
mostrata in Samaritan, l'ennesimo schifo a base di poveracci e
bande criminali, sarebbe ipocrita consigliare al piccolo protagonista
di essere buono e basta, quando l'unico modo per sopravvivere
parrebbe essere quello di affiliarsi a qualche delinquente così da
raggranellare soldi che la società non permette di fare in altro
modo, e lo stesso villain, almeno all'inizio, non è un semplice
cattivo tout court, ma pensa ad una rivoluzione proletaria che scuota
le coscienze.
Questo paio di ragionamenti vagamente articolati,
neanche a dirlo, si perdono nel giro di un paio di sequenze, e
Samaritan diventa il solito film in cui un eroe è costretto,
suo malgrado, a tornare a vestire gli antichi panni per salvare un
brat in distress da un criminale neppure troppo irragionevole
che, tutt'a un tratto, diventa un rincoglionito senza speranza, un
pazzo urlante a livello Dr. Evil (sorvolo sui buchi di trama. Un
istante prima Cyrus è una specie di fratellone per il piccolo Sam e
un istante dopo gli punta una pistola alla testa designandolo come
"persona più importante per Samaritan", nonostante, di
fatto, nessuno dei criminali coinvolti abbia mai avuto sentore di un
legame particolare tra i due. Ma potrei andare avanti per ore).
Sfortunatamente, detto pazzo urlante è
anche la cosa migliore della pellicola. Chiù Pilou per tutti, mi
verrebbe da dire, citando il bardo, ché al decimo apprezzamento sul
bel ragazzone danese il mio compagno era anche un po' stufo, ma non
posso farci nulla; lo dico in ogni recensione di film dove compare
Pilou Asbæk e lo ripeto, il fanciullo è davvero bello (o,
meglio, è il tipo di zamarro biondo e un po' ciccio che mi piace,
non posso farci nulla), peccato per i personaggi un po' MEH che gli
tocca interpretare.
Non che ci sia qualcun altro di interessante a
livello di cast, se non vogliamo contare Sly che si limita a
fare lo Sly un po' più vecchio, profondendosi persino in un
momento Rocky assieme al piccolo protagonista, anche perché va bene
Old Man Stallone, ma i momenti più fisici del
film sono coreografati e diretti con una pochezza rata, mentre io
avrei voluto uno sfogo molto più fluido di viuleenza. A questi
punti, inoltre, vorrei anche riguardare Overlord, che forse
ricordo male altrimenti non si spiegherebbe perché da Julius
Avery mi sarei aspettata di più: di quell'horror truce e tamarro
rammento sequenze al cardiopalma e concitate, oltre ad un ottimo
utilizzo di effetti speciali artigianali, ma qui la CGI è una delle
più posticce viste di recente e non c'è una sola sequenza degna di
venire ricordata o perlomeno segnalata, nel bene o nel male. A mio
avviso, Samaritan non va bene neppure per i fan di Stallone
che non si perdono un film e il mio consiglio è quello di evitarne
la visione senza problemi, ché Prime è pieno di pellicole
migliori!
Se Samaritan vi fosse piaciuto
recuperate Unbreakable. ENJOY!
Di Jim Muro. Con Vic Noto, Bill Chepil, Mike Lackey, Jane Arakawa. 1987 / USA / Lightning Pictures
Volendo inaugurare come si deve il mio nuovo TV (come dicono i bagliazzi), decido di guardare un BEL film. E allora perché non uno sconosciuto horror/splatter del 1987 che ha vinto il “Corvo d’Argento” al Festival Internazionale del Film Fantastico di Bruxelles?
Scritto deliberatamente con lo scopo di “offendere ogni gruppo di persone sul pianeta” (parole dello sceneggiatore Ray Frumkes), questo film si merita una bella lista di differenti aggettivi: abietto, violento, repellente, ripugnante, stupido, demenziale, divertente, ridicolo, sconclusionato, originale, coraggioso, terrificante, scorretto, mostruoso e potrei andare avanti ancora per molto.
Il titolo Street Trash si riferisce ai protagonisti della storia: homeless di Brooklyn, quasi tutti reduci dal Vietnam o figli di reduci dal Vietnam, che vivono ai margini della società in quanto alcolizzati, tossici, psicopatici, mutilati, handicappati e alcuni di loro, tutte queste cose messe insieme. È a questi rifiuti della società che il proprietario di un negozio di alcolici della zona, decide di vendere un misterioso liquore chiamato Viper, ritrovato per caso in cantina. Peccato che questo liquore abbia il piccolo effetto collaterale di liquefare la gente dopo il primo sorso.
Nel frattempo, una pletora di personaggi si aggira negli squallidi bassifondi di Brooklyn e in particolare nello sfasciacarrozze dove i barboni hanno preso dimora. Il film ha il preciso scopo, assolutamente riuscito, di provocare una sensazione di schifo nello spettatore. Fanno schifo i personaggi, fanno schifo le azioni che compiono, fanno schifo le cose che dicono, fanno schifo i vestiti che portano, fanno schifo gli ambienti in cui si muovono, fanno schifo le cose che mangiano e così via. Tra di loro non mostrano un minimo di affezione e rispetto, in quanto poco più che animali che grufolano in una giungla urbana in cui fottersi a vicenda sembra essere l’unico modo per sopravvivere. Non si salva neanche il protagonista, Freddy, che non fa altro che maltrattare il fratello minore e insultare una ragazza asiatica, l'impiegata dello sfasciacarrozze che, fra l'altro, sembra essere l'unico essere umano a provare un minimo di comprensione per loro. Senza dimenticare che una notte incrocia una ragazza ubriaca per strada, la porta nella sua baracca, ci fa sesso nel modo più animalesco possibile, per poi lasciarla nelle mani di altri arrapatissimi homeless che prima la stuprano e poi la ammazzano.
Di contorno ad una critica sociale che sembra condannare sia carnefici che vittime, un’importante serie di sostanziose scene What The Fuck rende la visione di questo film uno spasso per gli spettatori con il necessario pelo sullo stomaco. Da citare quella in cui Bronson, il capo pazzo degli homeless, taglia il membro ad uno di loro, colpevole di avergli accidentalmente pisciato in faccia. Il pene viene poi lanciato come una palla tra gli altri barboni, mentre il povero evirato cerca di recuperarlo. Splendide anche le sequenze riguardanti il poliziotto badass che sembra destinato a ripulire la feccia. Prima uccide di botte un killer mafioso e vomita sul suo cadavere, poi Bronson lo ammazza a sua volta con un coltello ricavato da un femore e una volta morto, gli piscia in testa.
Tornando al Viper, che sembra essere il punto nodale del film e che invece ha incidenza sulla trama solo a sprazzi, gli effetti di “scioglimento acido” sono realizzati in modo tanto casereccio e grottesco, quanto efficace e indimenticabile, in particolare la prima putrefazione del clochard, sopra il gabinetto di una casa diroccata, ha un tocco quasi artistico. Indimenticabile anche la scena finale, in cui Bronson viene decapitato da una bombola di gas sparata come un missile. La testa però continuerà a vivere, almeno fino al tempo necessario di sbirciare sotto la gonnellina della ragazza asiatica.
Film assolutamente “oltre”, dotato di un fascino peculiare che non ti permette di staccare gli occhi dallo schermo per capire dove vuole andare a parare o fino a che punto si spingerà. Diventato un piccolo cult, è consigliato solo ai durissimi e recuperabile pure per intero in italiano su YouTube.
LEGENDA - per capire meglio le nostre recensioni e le nostre votazioni
Questo blog tratta esclusivamente film di infimo livello, per cui i nostri criteri di giudizio sono totalmente differenti da quelli che potreste trovare in un qualsiasi sito di recensioni cinematografiche; nello specifico noi qui a Pellicole dall'Abisso teniamo conto di 5 fattori ed abbiamo deciso di esprimere il voto in centesimi per consentire maggiori sfumature;
1) VOTO TRASH: è il più importante ed è un voto generale; se volete semplicemente sapere quanto sia ''patetico'' o involontariamente comico un film fate riferimento a questo dato.
2) VOTO NOIA: abbiamo scoperto nella nostra esperienza che la noia è un elemento ricorrente (ed estremamente fastidioso) di questo genere di film. Più è alto il valore più bisogna avere le palle di ferro per poterlo sostenere
3) RIDICOLAGGINE DEGLI EFFETTI SPECIALI: non credo servano particolari spiegazioni.
4) PRESUNZIONE DELLA REGIA: In molti casi i registi sono ben consci di star girando una puttanata clamorosa, e quinidi tendono a prendersi in giro da soli.. ma ci sono altri registi che invece sono fermamente convinti che il loro film sia una specie di capolavoro visionario low-budget, e spesso sono proprio questi i più grandi capolavori del trash. più è alto il valore più il film ''se la crede''.
5) INCOMPETENZA DEGLI ATTORI: inutile dare un voto alle abilità degli attori in questo genere di film, abbiamo ritenuto più funzionale dare una valutazione di quanto gli attori siano cani